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La Commissione UE sospende la Green Claims Directive. Consumatori, finanza e imprese sostenibili ora più esposte al rischio greenwashing

Un mercato senza arbitro cede al sospetto. L’Europa ha congelato la Green Claims Directive, rinunciando – almeno per ora – a stabilire un criterio vincolante di verità nelle affermazioni di sostenibilità. A dirlo è la stessa Commissione europea. Come riportato dall’Associated Press, Ursula von der Leyen ha annunciato la sospensione dei negoziati “per eccessivo carico sulle microimprese”, rinviando una norma che avrebbe regolato i green claims su prodotti e servizi. Il risultato? Consumatori più disorientati, investitori meno certi, aziende virtuose più sole. E un continente che, nel cuore della transizione verde, rischia di alimentare il paradosso dell’ecologia di facciata.

Green Claims Directive: cosa è successo

All’inizio del mese di giugno, la Commissione europea ha sospeso i negoziati sulla direttiva anti-greenwashing. L’obiettivo della norma riguardava l’obbligo delle aziende a verificare con terze parti le dichiarazioni ambientali associate a prodotti e servizi, dalla neutralità climatica al contenuto riciclato. La commissione ha motivato lo stop citando il rischio di eccessivo onere per le 30 milioni di microimprese europee, che rappresentano il 96% del tessuto produttivo UE.

Lo studio UE del 2020: più della metà dei green claims “vaghi, fuorvianti o infondati”

Solo cinque anni fa, la stessa Commissione elaborava nuovi criteri per impedire alle aziende affermazioni e pratiche di greenwashing. Nello studio a sostegno della regolamentazione Green Claims si riportava: “Il 53% delle affermazioni verdi sul mercato europeo sono vaghe, fuorvianti o del tutto infondate. Il 40% manca di qualsiasi prova documentale”.

Una prospettiva chiara: senza disciplina, il consumatore avrebbe rischiato di perdersi in un labirinto di marketing ambientale dove tutto è sostenibile e nulla lo è davvero. Con la beffa che le imprese che investono davvero in pratiche ESG rischiano di essere oscurate dal rumore dei claim ingannevoli. In un contesto di crescente eco-ansia e sensibilità climatica, la percezione di un mercato opaco appariva prodromo di crisi di fiducia strutturale.

Il rischio finanziario del greenwashing

Ad oggi, il rischio non riguarda solo la spesa al dettaglio. L’intero ecosistema finanziario ESG – che vale oggi circa 2.500 miliardi di euro in Europa – si fonda sulla trasparenza e la tracciabilità dei dati ambientali. L’assenza di una normativa stringente sui green claims espone i mercati a un’ondata di greenwashing finanziario, compromettendo la credibilità di indici, fondi e rating sostenibili.
L’ultimo report OCSE Aligning Finance with Climate Goals evidenzia che il greenwashing rimane la minaccia più significativa, per la mancanza di comparabilità e trasparenza nelle metodologie ESG, sottolineando come ciò possa generare rischi sistemici nei mercati finanziari.

Le prospettive: una direttiva riscritta?

La presidenza danese, subentrata a quella polacca, ha lasciato intendere la volontà di riprendere il dossier, ma in forma riveduta. Nel frattempo, la frammentazione normativa tra Stati membri potrebbe minare ulteriormente l’unione del mercato verde europeo, con danni reputazionali e finanziari difficili da stimare. Senza una regola comune, il mercato verde europeo rischia di diventare un’arena di simulazioni ecologiche. E l’UE potrebbe perdere così la leadership morale e commerciale che il Green Deal aveva promesso.

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