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Dietro i codici etici e i passaporti digitali del lusso italiano, l’inchiesta della Procura di Milano trova laboratori irregolari, turni notturni e salari da 2,75 euro l’ora. Il caso Tod’s svela la frattura tra sostenibilità dichiarata e realtà produttiva
Da un lato l’immagine di un sistema rodato, codici etici e passaporti digitali in blockchain, sullo sfondo di una artigianalità italiana tutta romantica e inappuntabile. Dall’altro, la realtà di opifici-fantasma con operai cinesi pagati 2,75 euro l’ora, turni notturni, macchinari senza protezioni e subappalti multipli non controllati. La biforcatura fra il Report di sostenibilità 2024 di Tod’s e le indagini della Procura di Milano per caporalato risiede nel vuoto metodologico. Audit senza sorpresa, senza campioni di buste paga, senza interviste anonime, senza indicatori di non conformità: è lì, nel punto cieco dei controlli, che la sostenibilità aziendale smette di essere governance, garanzia giuridica e reputazionale, valore e leva di competitività e scade nel narcisismo narrativo, dichiarativo, apodittico.
Le dichiarazioni di sostenibilità si arrestano ai margini della catena produttiva, dove la magnificenza del linguaggio ESGESG ESG è l'acronimo di Environmental, Social, and Governance, che si traduce in italiano come Ambientale, Sociale e Governance. Questi tre componenti sono utilizzati per valutare l'impatto sostenibile e le pratiche etiche di un'azienda o di un'organizzazione. Ecco una spiegazione... Approfondisci si scontra con una realtà opaca.
Tod’s e le accuse di caporalato: la filiera nascosta del Made in Italy
L’8 ottobre 2025 la Procura di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria di Tod’s per omesso controllo sui subfornitori. Gli inquirenti hanno ispezionato quattro laboratori – due nelle Marche e due in Lombardia (Vigevano e Baranzate) – scoprendo lavoratori di origine cinese impiegati in turni continui, stipati in capannoni-laboratori con macchinari insicuri. L’azienda non è indagata e si dichiara estranea ai fatti. Il Tribunale ha rinviato la decisione alla Cassazione, fissata per il 19 novembre.
Nel frattempo, il ministero del Made in Italy ha annunciato un tavolo straordinario e un possibile bollino di legalità per le filiere del Made in Italy. Un’operazione di immagine che rischierebbe di aggiungere un ulteriore strato formale senza incidere sui controlli reali. La questione centrale, infatti, rimane: quanto gli strumenti interni delle aziende intercettano i rischi effettivi di sfruttamento?
Tod’s e la governance esemplare del suo report ESG
Nel Report di sostenibilità 2024, Tod’s elenca un modello di controllo articolato: 28 audit on-site, un Codice Fornitori vincolante, un questionario ESG a 360 fornitori con l’82% di risposte, certificazioni ISO 14001, 45001 e 50001 su un quarto della forza lavoro, e un Digital Product Passport su blockchain Aura per le linee Di Bag e My Gommino. Il documento, verificato da Deloitte con assurance limitata, parla di “assenza di impatti sociali significativi”.
Il problema è nella qualità del dato. Il report non indica quanti audit siano stati a sorpresa, quanti abbiano incluso verifiche salariali o documentali, né riporta la quota di non conformità rilevate. La trasparenza si ferma alla superficie del processo. Senza parametri misurabili, le conclusioni restano autoreferenziali.
Tod’s e caporalato, quando la metodologia non incontra la realtà
Gli atti giudiziari raccontano un quadro opposto. Nei laboratori controllati dagli inquirenti emergono lavoro notturno, salari da fabbrica coloniale e ambienti insalubri. Gli investigatori non contestano a Tod’s la diretta responsabilità, ma la debolezza del presidio lungo la catena di fornitura. Il sistema di controllo si ferma al primo livello, le violazioni si annidano nel secondo e nel terzo.
Gli audit aziendali misurano conformità formale, ma non condizioni effettive. L’ispezione penale, invece, osserva il quotidiano: turni, dormitori, paghe. La distanza fra i due approcci rivela una falla strutturale. Gli strumenti ESG, così concepiti e adoperati da Tod’s, non osservano il lavoro che pretendono di proteggere.
La carenza di informazioni metodologiche è il punto cieco di molti report di sostenibilità. Nessun dettaglio su audit non annunciati, interviste indipendenti, percentuali di copertura o tassi di remediation. Le certificazioni ISO coprono i siti diretti, ma lasciano fuori i laboratori terzi, proprio dove le norme formali cedono al pragmatismo economico e si concentrano, pertanto, i rischi reali di sicurezza e salario.
Tod’s e caporalato, la prova dei fatti
Lungi dallo scovare abusi o mancanze, un audit prevedibile rischia di trasformarsi in un rituale di conformità e consenso, più utile alla reputazione che alla verità. Il caso Tod’s mette in discussione il sistema stesso della rendicontazione: oggi la sostenibilità aziendale vive di narrazioni – processi, policy, indicatori di performance – ma la misura dell’etica resta la realtà empirica, quella quotidiana, umana e misurabile solo sul campo.
Il punto oggi non è se Tod’s sia colpevole o meno, ma se il suo sistema di controllo funzioni davvero. In questo senso, il caso Tod’s non è solo giudiziario, ma epistemologico: mette in crisi il modo stesso in cui misuriamo la sostenibilità.
E per misurare e comunicare meglio, occorrerà vedere meglio: audit a sorpresa, verifiche sui fornitori di secondo e terzo livello, indicatori pubblici di non conformità e tempi di sanatoria, clausole contrattuali che vietino subappalti non autorizzati e una protezione effettiva dei whistleblower.Il prossimo 19 novembre, la Cassazione deciderà sulla competenza del procedimento. Intanto, Tod’s potrà dimostrare di voler cambiare passo solo con atti concreti, nella certezza che il vero lusso, oggi, è la trasparenza.