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Dai limiti d’ingresso ai ticket dinamici, dalle moratorie ai piani di decrescita: così le destinazioni urbane ripensano il proprio equilibrio tra residenti, risorse e turismo globale

Il turismo urbano ha superato la soglia critica. In molte città europee il numero di visitatori annuali eccede di dieci o venti volte la popolazione residente, comprimendo spazi vitali, innalzando i costi abitativi, alterando gli ecosistemi locali e sovraccaricando infrastrutture e risorse. Venezia, Barcellona, Amsterdam, Dubrovnik non sono più casi isolati: sono anticipazioni di un rischio sistemico, che riguarda l’intero modello turistico europeo.

Il problema, le definizioni, la posta in gioco

Con overtourism si intende la condizione in cui l’afflusso di turisti supera la capacità di carico sociale, ambientale ed economica di un territorio. La soglia non è solo quantitativa ma qualitativa: non si misura solo in arrivi, ma in impatti. Secondo l’ETC (European Travel Commission), il 72 % dei residenti nelle città più visitate percepisce il turismo come una minaccia per la qualità della vita (Survey 2023). Eppure, secondo l’UNWTO, l’Europa ha accolto il 60 % dei flussi turistici globali nel primo semestre 2024, con un ritorno ai livelli pre-pandemia e una crescita nei city break (+14 % su base annua).

La sfida è strategica: trasformare il turismo urbano da fattore destabilizzante a leva di rigenerazione e coesione, riducendo la dipendenza economica da un’unica monocultura e governando i flussi. Alcune città stanno già testando modelli nuovi.

I modelli in sperimentazione: contenimento, redistribuzione, governance locale

Le strategie emergenti si muovono lungo tre assi: limitare, redistribuire, reinvestire.

Venezia

Dal 25 aprile 2024 la città ha attivato un ticket d’ingresso per i visitatori giornalieri, al costo di 5 euro, con prenotazione obbligatoria in date ad alta affluenza. La misura ha l’obiettivo di ridurre l’overload nei periodi critici e finanziare servizi pubblici (fonte: Comune di Venezia, 2024).

Amsterdam

Dal 2023 ha vietato l’apertura di nuovi hotel, limitato gli affitti brevi e innalzato la tassa di soggiorno al 12,5 % (la più alta d’Europa). Il piano è chiaro: frenare la crescita incontrollata dei pernottamenti e liberare spazi abitativi.

Barcellona

Ha avviato una moratoria sugli appartamenti turistici, revocando oltre 10 000 licenze entro il 2028 e congelando nuove autorizzazioni. Obiettivo: ripristinare l’equilibrio tra domanda turistica e accesso alla casa per i residenti.

Tutte queste misure sono accompagnate da piattaforme di ascolto civico, monitoraggio dati e coinvolgimento diretto delle comunità locali, in linea con il principio di giustizia territoriale.

Norme, strumenti e lacune: l’Europa si muove a più velocità

L’Unione Europea non ha ancora una direttiva specifica sul turismo urbano sostenibile, ma ha avviato strumenti indiretti: dalla CSRD che obbliga dal 2024 le grandi aziende turistiche a rendicontare impatti ambientali e sociali, anche nei territori ad alta pressione al Patto per il turismo sostenibile, promosso dalla Commissione con le regioni europee, che include indicatori di carico e strumenti per redistribuire i flussi verso aree meno congestionate. Ma anche gli obiettivi 11 (città sostenibili), 12 (modelli di consumo e produzione responsabili) e 13 (lotta al cambiamento climatico) degli SDGs offrono una cornice di riferimento multilivello, adottata da molte città nei loro piani urbanistici e turistici.

Mancano però standard comuni sulla capacità di carico urbana, una tassonomia delle pratiche realmente rigenerative e un coordinamento normativo tra ospitalità, trasporti e abitare.

Verso un turismo urbano regolato

La transizione del turismo urbano richiede un cambio di paradigma: da “accogliere sempre e comunque” a “ospitare in equilibrio”, ripensando le condizioni di sostenibilità sociale e ambientale dell’accoglienza, con strumenti di pianificazione urbana, fiscalità, governance e dati. Il turismo non deve più essere gestito come un’industria senza limiti, ma come una parte del metabolismo urbano da integrare, regolare e redistribuire. I modelli in sperimentazione – da Venezia ad Amsterdam – vanno in questa direzione, ma servono standard minimi europei, strumenti normativi multilivello e criteri ESG anche per i territori, non solo per le aziende.

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