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Una proposta di legge introduce nuovi obblighi per contrastare greenwashing e obsolescenza programmata, aggiornando la tutela dei consumatori ai principi dell’economia circolare

Monitorare le proposte di legge sulla sostenibilità significa tenere traccia di come il cambiamento si traduce – o fatica a tradursi – in strumenti istituzionali. In questa rubrica, dal nostro personale osservatorio legislativo, seguiamo passo dopo passo le iniziative legislative italiane che, nelle intenzioni, nei progetti o nei dispositivi paventati, contribuiscono a tracciare il perimetro normativo della sostenibilità ambientale e sociale.

In ogni uscita di questa rubrica ci concentriamo su un’iniziativa attualmente in discussione. Questa volta analizziamo una proposta che interviene sul greenwashing e sull’obsolescenza programmata, ridefinendo i diritti dei consumatori e gli obblighi delle imprese.

Osservatorio legislativo, la proposta L’Abbate

La sostenibilità, per essere credibile, ha bisogno di trasparenza. In questo senso si muove il disegno di legge C.1469, presentato dalla deputata Patty L’Abbate (M5S), che propone una riforma puntuale ma ambiziosa del Codice del Consumo (d.lgs. 206/2005).

L’obiettivo è duplice: da un lato contrastare il greenwashing, cioè l’uso scorretto di claim ambientali ingannevoli o non verificabili. Dall’altro limitare l’obsolescenza programmata, ovvero la riduzione intenzionale della vita utile di un prodotto. Due pratiche distorte che, pur differenti, hanno un effetto convergente. Compromettono la fiducia nei mercati sostenibili e ostacolano la transizione verso un modello economico circolare, in cui beni durevoli, riparabili e trasparenti diventino la norma.

Cosa prevede il testo

Il testo – attualmente assegnato, ma non ancora in esame – modifica diversi articoli del Codice per definire nuovi obblighi e diritti. Introduce per la prima volta in Italia una definizione normativa di greenwashing, stabilendo criteri per dichiarazioni ambientali corrette, verificabili e misurabili. Impone ai produttori di indicare in modo esplicito la durata prevista dei prodotti, la riparabilità e la disponibilità di aggiornamenti software, rafforzando il diritto all’informazione del consumatore.

Inoltre, estende la garanzia legale da 2 a 5 anni per la maggior parte dei beni, con possibilità di ulteriori estensioni a 10 anni per categorie specifiche. Viene infine introdotto l’obbligo di fornire pezzi di ricambio e servizi post-vendita compatibili con i principi della longevità dei beni. I controlli e le sanzioni sono affidati al Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti, che potrà intervenire anche su segnalazione delle associazioni o di altri soggetti abilitati.

L’allineamento con l’Europa e le possibili resistenze

Questa proposta si colloca in linea con la proposta di Green Claims Directive, la direttiva UE – ora congelata – che mira a regolamentare le autodichiarazioni ambientali delle imprese. Si richiama inoltre a esperienze già attive in Francia, dove è stato introdotto un indice di riparabilità obbligatorio, e negli Stati Uniti, con il dibattito sul Fair Repair Act.

Sul piano nazionale, il potenziale impatto del C.1469 è rilevante. Se approvato, potrebbe modificare in modo sostanziale le pratiche commerciali di interi settori, soprattutto in ambito elettronica di consumo, elettrodomestici e IT. Proprio per questo, non mancano le possibili resistenze. Il disegno di legge è stato presentato da un partito di opposizione (M5S), e tocca modelli di business consolidati. Tuttavia, la sua struttura normativa solida, il riferimento a standard internazionali e la coerenza con la strategia europea lo rendono una proposta concreta, potenzialmente integrabile in una futura riforma organica della normativa consumeristica italiana.

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