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Allo Stato va la percentuale maggiore, pari al 34% del totale
Superbonus, il tema è sempre scottante e sul tavolo della politica. Il più famoso tra i bonus edilizi non smette di suscitare discussioni. Aggiunge elementi di discussione il CRESME, che anticipa la presentazione del prossimo dicembre del suo 35esimo Rapporto Congiunturale sulle Costruzioni, mette nero su bianco una serie di percentuali che potrebbero ribaltare la situazione. Come sottolinea il CRESME spesso il Superbonus 110 viene identificato come uno strumento che ha permesso soprattutto ai costruttori di arricchirsi. Secondo le rilevazioni del Centro di Ricerca tuttavia non è al settore edile che va la fetta maggiore della torta. Di quei 97 miliardi di euro registrati da ENEA e MASE, dal 31 agosto 2021 al 30 settembre 2023 ammessi a detrazione, il 26% è andato ai servizi, il 21,8% alle costruzioni e il 18,2% all’industria manifatturiera (compresa la distribuzione). Ma è allo Stato, con il prelievo fiscale di IVA, Ires, Irpef e contributi previdenziali, che va la percentuale maggiore pari al 34% del totale. La cifra stimata è intorno ai 33 miliardi di euro. Si tratta di una prospettiva nuova, rispetto agli altri studi di CNI, Nomisma, CENSIS, ANCE, Federcepicostruzione e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti.
I limiti del Superbonus
Sempre secondo il CRESME, agli intermediari finanziari è andato il 13% delle risorse e una percentuale simile (13%) è andata ai progettisti ed agli studi che sono entrati nel mercato delle riqualificazione imparando a gestire un sistema estremamente complesso di procedure. Lo studio sottolinea infine che Superbonus 110 si è dato “troppo per troppo poco tempo”. Una manovra di certo eccessiva nelle dimensioni e soprattutto nei tempi di utilizzo, forse anche un’overdose per l’edilizia, con dividendi un po’ per tutti.