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Multe fino al 4% del fatturato annuo per chi produce informazioni “fuorvianti”
Questa è una delle eredità lasciate dal Parlamento Ue che va a scadenza a coloro che saranno eletti alle elezioni nella prima settimana di giugno. Si tratta della Direttiva sui Green Claims, che fissa i criteri per spingere le aziende a non prodursi nel greenwashingGreenwashing Il greenwashing è una pratica sempre più diffusa e criticata, in cui aziende e organizzazioni adottano una facciata di responsabilità ambientale, spesso per motivi di marketing, mentre le loro azioni reali possono essere in contrasto con i principi di... Approfondisci, diffondendo quindi dati affidabili e che si possono verificare, contrastando dunque le affermazioni fuorvianti sui meriti ambientali di prodotti e servizi: il greenwashing, appunto. Il percorso era iniziato circa due anni fa e si è arrivati a un testo che indica sanzioni per le aziende che non rispettano i patti: chi produce affermazioni non corrispondenti al vero, che portano fuori strada il consumatore, rischia l’esclusione dalle gare d’appalto pubbliche e pure multe salate: fino al 4% del fatturato annuo. Un pericolo che per il momento non tocca le PMI, mentre quelle a dimensione più estesa possono mettersi in regola entro il prossimo anno.
La compensazione
Il testo che dovrà essere approvato dal prossimo Parlamento Ue lascia una strada aperta alle imprese che non riescono a mettersi in regola, ossia di compensare con acquisti in carbonio l’eventuale danno prodotto su ambiente e consumatori nella propria attività. In attesa di capire come si possa procedere alla misurazione dei danni per poi procedere alla compensazione, è evidente che si tratta dell’ultima fiche da giocarsi al tavolo del poker, perché l’Ue ha preso seriamente la questione greenwashing, anche sulla base di studi commissionati secondo cui il 40% dei Green Claims non sarebbe comprovato. Da ricerche effettuate dalla Commissione Ue è emerso che il 53,3% delle dichiarazioni ambientali sono state fuorvianti, inoltre che la metà delle cosiddette etichette green erano tutt’altro che certificabili e affidabili.