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L’indice FAO sale a 136 punti a settembre, con il grano che rincara del 6,3% in un mese. Logistica nel Mar Nero e a Hormuz ed eventi climatici estremi mettono sotto pressione i paesi che importano cibo ed energia
I prezzi alimentari internazionali tornano al livello più alto da novembre 2022, con rotte marittime bloccate e raccolti colpiti dal clima. Grano a +6,3% in un mese, cereali a +17,2% in un anno. Lo ha comunicato l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. L’indice misura la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari scambiati sui mercati mondiali. Il valore di settembre è superiore dell’1,5% a quello di agosto e del 5,8% a quello di un anno prima. Resta però inferiore del 15,1% al picco del marzo 2022.
Cereali e zucchero guidano il rialzo
Il grano ha rincarato del 6,3% sul mese, per i vincoli logistici nell’area del Mar Nero e la siccità in parte del Nord America. Il mais è salito del 5,6%, sostenuto anche dall’incertezza sul traffico nello Stretto di Hormuz, che influisce sui prezzi delle materie prime per i biocarburanti. Lo zucchero ha guadagnato il 6,1% per le attese di un’offerta più scarsa nella stagione 2026/27. In controtendenza la carne (-1,1%) e i latticini (-0,1%), mentre l’indice degli oli vegetali è cresciuto dello 0,9%, trainato dall’olio di palma.
Prezzi alimentari, il ruolo del clima
Secondo la FAO, il rialzo dipende soprattutto da difficoltà di trasporto e condizioni meteorologiche che riducono la disponibilità dei prodotti. Il capo economista Maximo Torero lega l’aumento, sempre più diffuso tra le materie prime, alle interruzioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Nero e agli eventi climatici estremi. Il meccanismo mette in relazione energia, trasporti e agricoltura: i colli di bottiglia sulle rotte marittime alzano i costi di movimentazione, e la domanda di mais per i biocarburanti collega il prezzo del cibo a quello dei combustibili.
La FAO ha rivisto al ribasso la stima della produzione mondiale di cereali nel 2026, a 2,98 miliardi di tonnellate, il 2,1% in meno rispetto al 2025. Sarebbe comunque il secondo raccolto più alto mai registrato. Il commercio mondiale dovrebbe calare del 3,5%, a 505,8 milioni di tonnellate, anche per le limitazioni alle rotte del Mar Nero.
L’esposizione dei paesi importatori
Se le pressioni sulle quotazioni internazionali persistono, avverte Torero, si trasferiranno presto ai prezzi al consumo, soprattutto nei paesi che dipendono dalle importazioni di cibo ed energia. L’indice FAO misura i prezzi sui mercati globali, e il passaggio al prezzo pagato dalle famiglie dipende da fattori nazionali come i cambi, i costi energetici e le politiche di sostegno.
Un indice a 136 punti resta ben sotto il livello del 2022, ma la composizione del rialzo, concentrata su cereali e zucchero, riguarda le materie prime da cui dipendono più direttamente i paesi importatori netti. L’andamento dei prossimi mesi dirà se il rialzo si estende agli altri comparti o se la logistica nel Mar Nero e a Hormuz si normalizza.