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Il presidente dell’Accademia nazionale di Agricoltura: «La sostenibilità economica condiziona quella ecologica»
Frutto e legno. Il castagno dava da mangiare e da scaldarsi, e con l’allevamento reggeva l’alimentazione della montagna. Federico Magnani, presidente dell’Accademia nazionale di Agricoltura, ricorda l’antica dicitura – «l’albero del pane» – e la riporta in campo, ma a una condizione: che i conti tornino.
Un’accademia, nell’immaginario comune, custodisce. Biblioteche stipate e a volte polverose, a imperitura memoria. Quella che Magnani oggi presiede – e che è nata nel 1807 – vuole anche far circolare il sapere. «Trasferire conoscenze al mondo agricolo», spiega, ma anche offrire alla società una visione dell’agricoltura che sia «corretta e non viziata», e «portare ai decisori informazioni basate sull’evidenza scientifica». È la cornice in cui si colloca anche la formazione, con i corsi sui castagneti di cui abbiamo scritto.
Perché la formazione guarda alla montagna
«La formazione è essenziale in tutti i settori», spiega Magnani. «Quella universitaria si concentra sulle filiere più rilevanti da un punto di vista economico, che sono le colture di pianura e di collina. Quelle di montagna vengono trascurate». Da qui l’attenzione a un settore «che ha un passato glorioso» e che va aiutato «a trasformarsi, a evolversi, per un’agricoltura di montagna che non sia eroica». L’aggettivo è quello che di solito si riserva ai vigneti in pendenza e a chi li lavora a mano, e il presidente lo usa per prenderne le distanze. Recuperare il passato, precisa, è un’idea da maneggiare con cautela: «Dobbiamo coniugarlo con il presente e il futuro».
Il discrimine, per Magnani, è economico. «Se deve essere un’attività che sia fonte di reddito, e non solo integrazione o passione, deve essere economicamente sostenibile, perché la sostenibilità ha tre gambe». E insiste sull’ultima come condizione delle altre: «La sostenibilità economica è essenziale anche per quella ecologica. Un’azienda che non riesce a far quadrare i bilanci è tentata dal prendere scorciatoie per ridurre i costi a scapito dell’ambiente».
Il campo, nel frattempo, è cambiato. «Oggi è un gran parlare di droni e IA, e di innovazione di prodotto», osserva Magnani. «L’agricoltura è soprattutto trasformazione. E dove non c’è una filiera a valle capace di valorizzare il prodotto, anche la miglior produzione resta lì». Per il castagno questo significa guardare oltre il classico: «Non solo farina di castagno e marron glacé, ma anche birra di castagne, ad esempio».
Al tavolo con i decisori
Tra i progetti in cantiere, i marchi di qualità – DOP, DOC, DOCG, IGP – «sono forme importantissime per valorizzare eccellenze alimentari e territori», con ricadute sul turismo. «Il nodo è la veridicità delle certificazioni». Magnani cita i controlli e un confronto con i Carabinieri forestali, e sul fronte esterno l’obiettivo che le certificazioni vengano rispettate a livello internazionale e si estendano in ambito Ue.
Sul piano politico la sfida dei prossimi anni riguarda la nuova politica agricola comunitaria, le cui regole di applicazione sono in discussione adesso. Magnani prevede una responsabilità molto maggiore, rispetto al passato, a scala nazionale, e dice che si chiederà allo Stato di integrare i finanziamenti europei, «essenziali per la nostra agricoltura». Propone anche di cambiare il modo di leggerli: «In generale vengono visti come sovvenzioni all’agricoltura. Penso che dobbiamo vederli come pagamento per servizi ecosistemici: chiediamo alla nostra agricoltura di assoggettarsi a regole che vanno a beneficio della collettività. È essenziale se vogliamo che giochi ad armi pari con altre nazioni che queste regole non le richiedono».
L’ultima sfida è il disaccoppiamento tra produzioni nazionali e made in Italy. «Quando leggiamo made in Italy», avverte il presidente, «non significa che la materia prima sia stata prodotta in Italia, ma che parte della filiera era italiana. Abbiamo un agroalimentare potente, ma che si approvvigiona fuori, con rischi sulla qualità della materia prima». Richiamando i dati più recenti dell’Agenzia europea dell’ambiente, aggiunge che «le produzioni europee, e italiane in particolar modo, sono sane. Non sempre è così per le importazioni da altri paesi del mondo. Pertanto, dobbiamo vigilare».