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“L’andamento della domanda di lavoro fino al 2030 metterà in evidenza una dicotomia tra profili green e profili non green per tutti i gruppi professionali”
Il futuro delle competenze nell’era dell’intelligenza artificiale, la distanza tra le offerte del mercato del lavoro e le skills dei lavoratori, il destino delle figure professionali non green. Ne parla a SostenibileOggi Carlo Chiattelli, Partner di EY Italia.
Green jobsGreen Jobs: cosa sono e quali sono i settori coinvolti Definizione di Green Jobs Cosa sono i Green Jobs Un Green Job (lavoro verde) è una professione che contribuisce in modo positivo alla sostenibilità ambientale e alla transizione verso un’economia... Approfondisci e green skills, ci spiega qual è la differenza?
Il nostro approccio analitico, che segue l’esempio di varie istituzioni internazionali (Organizzazione Internazionale del Lavoro, Commissione Europea) tende a considerare le competenze essenzialmente come le unità fondamentali che compongono i profili professionali. Secondo questa definizione, dunque, i green job sono i profili professionali i cui skillset includono in misura significativa le competenze green, di cui esistono tassonomie ufficiali (definite da ESCO e dal GreenComp). Esse spaziano da abilità tecniche specifiche (gestione dell’energia rinnovabileEnergia rinnovabile L'energia rinnovabile è fonte di energia proveniente da risorse naturali che si rinnovano rapidamente, come il sole, il vento, l'acqua e la biomassa. È una forma di energia pulita e sostenibile che contribuisce a ridurre le emissioni di... Approfondisci, efficienza energeticaEfficienza energetica L'efficienza energetica si riferisce alla capacità di un sistema o di un dispositivo di convertire l'energia in input in una forma utile di energia in output, minimizzando le perdite energetiche durante il processo. Può essere valutata in termini... Approfondisci) a competenze trasversali (innovazione sostenibile, responsabilità ambientale).
Tuttavia, la nozione stessa di “green job” è oggetto di dibattito e non possiede ancora una definizione univoca nella letteratura di riferimento. Vi sono dunque approcci analitici alternativi al nostro, come quello outcome-based o process-based. Secondo la definizione outcome-based, sono definiti come green jobs quelle posizioni lavorative che contribuiscono direttamente alla protezione dell’ambiente o alla riduzione dell’impatto ambientale negativo. Analogamente, l’approccio process-based considera green le attività lavorative che contribuiscono a rendere i processi produttivi dell’organizzazione più sostenibili, ponendo l’accento sulla protezione ambientale integrata nelle pratiche aziendali.
In generale, abbiamo selezionato la definizione basata sulle competenze perché il concetto di green jobs non è binario: non è utile, per fini analitici, dividere semplicemente le professioni tra green e non green. Si dovrebbe parlare, dunque, di uno spettro di green jobs, poiché molte professioni hanno un diverso grado di greenness, anche in settori ad alto impatto ambientale. Collocarle su uno spettro permetterebbe di coglierne differenze in termini di greenness in modo più granulare. Al contrario, gli approcci basati sull’outcome o sul processo sono limitati: mentre il primo non permette di considerare come profili green quelli coinvolti in processi sostenibili all’interno di aziende il cui prodotto finale non è sostenibile, il secondo non permette di includere nella definizione profili che, sebbene non direttamente coinvolti in processi che migliorano la sostenibilità aziendale, producono output che hanno un impatto ambientale positivo.
Quanto è diffuso il mismatch delle competenze?
Il mismatch delle competenze consiste nel disallineamento delle competenze tra le competenze offerte dai lavoratori e quelle richieste dal mercato del lavoro. Si tratta di un fenomeno molto diffuso in Italia, che riguarda l’ambito green in modo particolare, anche se non esclusivamente, e che secondo le stime predittive di EY continuerà a crescere fino al 2030. In questo contesto, è utile evidenziare il confronto tra la domanda di profili green da parte delle imprese e la disponibilità di profili green in uscita dal sistema d’istruzione. Infatti, mentre, per esempio, la domanda di profili green con diploma superiore, nel periodo 2020-2023, è cresciuta in modo stabile, l’offerta di diplomati green è rimasta invece costante attorno a circa 360.000 unità all’anno. Il divario tra domanda e offerta di green skills è dunque aumentato costantemente in questi quattro anni.
Il risultato è una crescente difficoltà di reperimento di profili green da parte delle imprese: nel 2023 il 52,6% delle aziende italiane riferisce di aver incontrato ostacoli nel trovare le competenze richieste. I green jobs per i quali si riscontrano più grandi difficoltà di reperimento sono tra le professioni dirigenziali (67,3%), gli artigiani e operai specializzati (62,3%), le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (53,5%) e i conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili (53,5%).
Questo mismatch delle competenze è determinato ed esacerbato da un lato dalla rapida evoluzione tecnologica e dalla transizione verso un’economia più sostenibile, dall’altro da mancanza di interventi di formazione della forza lavoro. Infatti, sebbene nel corso degli ultimi quattro anni, il numero di corsi offerti in Italia, finalizzati a produrre competenze green, è cresciuto sia a livello secondario che a livello terziario, il suo rapporto con i percorsi formativi non-green è rimasto costante e in linea con una in linea con una tendenza complessiva di aumento e differenziazione dell’offerta formativa.
Da qui al 2030, secondo i vostri dati, circa il 70% dei lavori con elevate opportunità occupazionali saranno green mentre oltre il 45% dei lavori in condizioni di emergenza occupazionale saranno non-green. Però il numero complessivo dei diplomati\laureati green non è aumentato negli ultimi quattro anni. Come si supera questa dicotomia?
Dalla nostra analisi emerge, come risultato netto, che l’andamento della domanda di lavoro fino al 2030 metterà in evidenza una dicotomia tra profili green e profili non green (sia inquinanti che neutre) per tutti i gruppi professionali. Si prevede che l’interesse per le figure professionali green registrerà un incremento progressivo fino al 2030, con tassi di crescita in ascesa costante. Al contrario, si anticipa un calo percentuale per le figure non green. In particolare, le professioni considerate inquinanti mostreranno un declino più marcato rispetto sia a quelle sostenibili sia a quelle neutre. Questa tendenza porterà a una domanda negativa per le professioni non-green (ossia, si assisterà a un calo effettivo nella domanda da parte delle aziende) già entro il 2028. È interessante notare inoltre che tra i profili green che sperimenteranno una forte crescita nella domanda a partire dal 2025 (e che raggiungerà il 4.40% nel 2030) ci sono quelli legati all’alta dirigenza, ad indicare che i temi della sostenibilità ambientale e della sua gestione richiederà una leadership qualificata.
L’evoluzione della domanda di lavoro a seguito della transizione green però evidenzierà un altro effetto distorsivo. I profili professionali con competenze green, infatti, sono tipicamente concentrati nei settori più innovativi e nelle economie OCSE più sviluppate, con un Pil pro capite più elevato. Di contro, la forza lavoro composta da meno profili green si colloca in aree economicamente meno sviluppate. L’evoluzione attesa della domanda, dunque, rischia di esacerbare le disparità economiche, causando scenari di crisi occupazionale proprio nelle regioni con una minore incidenza di professioni green, cioè le regioni con minore Pil pro capite e una economia meno sviluppata.
Questo effetto distorsivo può essere mitigato solo attraverso opportuni piani di incentivi e investimenti sulla riconversione dei lavoratori che occupano attualmente profili “inquinanti” e che si trovano quindi a rischio di esclusione dal mercato del lavoro attraverso processi di reskilling verso professioni a maggiore opportunità occupazionale. A queste misure emergenziali, e dunque urgenti, vanno accompagnati altri investimenti, di lungo periodo, volti a ridisegnare l’offerta di istruzione e training, potenziando l’insegnamento di competenze green in scuole, università e corsi di formazione professionale.
A proposito del tema dell’obsolescenza delle competenze, cosa va ripensato nei modelli di formazione?
Tecnicamente, l’obsolescenza delle competenze è uno dei componenti principali dello skill mismatch, soprattutto per i lavoratori già inseriti nel mercato del lavoro e per i profili di natura tecnica, le cui competenze sono soggette a un più rapido deperimento funzionale rispetto, per esempio, alle soft skills. Il nostro studio stima un elevato tasso di obsolescenza attesa per alcuni profili green, come effetto del ritmo sempre più accelerato della transizione ecologica. La mitigazione di questo fenomeno può avvenire solo tramite interventi di lungo respiro, atti a riorganizzare l’istruzione e la formazione in cicli educativi più brevi, con curricula più dinamici, sotto forma ad esempio di master o corsi di formazione corporate, sviluppati in collaborazione con le aziende. Ciò permetterà di adattare la velocità dell’aggiornamento delle competenze green alla velocità di trasformazione del fabbisogno di skills, assicurandosi che la forza lavoro possegga le green skills necessarie a soddisfare la crescente domanda.