Tempo di lettura: 2 minuti

Loading

“La barriera più grande è spesso la distanza tra parole e azioni.”

Il cambiamento culturale, le barriere, fisiche e culturali per i disabili. Antonio Guidi, senatore di FdI, ex ministro del primo governo Berlusconi, parla a SostenibileOggi nella Giornata Internazionale per le persone disabili.

Perché è importante dedicare una giornata mondiale alla disabilità, e come questa ricorrenza può promuovere un reale cambiamento culturale e sociale verso una maggiore inclusione?

Una giornata dedicata alla disabilità è fondamentale per ribadire un principio chiave: mi riguarda. Significa coinvolgere direttamente le persone con disabilità, insieme a chi le supporta, nelle decisioni sociali, psicologiche e strutturali che le riguardano. Troppo spesso, in passato, queste scelte sono state prese da altri, escludendo chi vive la disabilità, anche su aspetti profondamente personali come la vita affettiva o lavorativa. Questo approccio è stato un esproprio della possibilità di autodeterminarsi. Una giornata dedicata dovrebbe quindi sottolineare l’importanza della partecipazione, evitando che chi ha una disabilità venga relegato al silenzio o privato della propria anima. L’obiettivo è costruire una società in cui si smetta di decidere per conto terzi e si dia voce e spazio alla partecipazione attiva di tutti.

Quali sono le maggiori barriere, fisiche e culturali, che ostacolano la piena partecipazione scolastica e lavorativa delle persone con disabilità, e quali soluzioni concrete sono necessarie per superarle?

La barriera più grande è spesso la distanza tra parole e azioni. Ciò che manca nelle sfide quotidiane è l’esperienza diretta: offrire alle persone con disabilità opportunità concrete per provare, sbagliare, crescere e scegliere. Solo attraverso il confronto con la realtà si può davvero costruire un percorso di autonomia e motivazione. Racconto spesso un’esperienza personale: quando ero studente, mi è stato negato il diritto di frequentare la scuola. La giustificazione? Le mie deformità fisiche avrebbero “spaventato gli altri” e fatto “perdere tempo agli insegnanti”. Questo tipo di pregiudizio svalutava non solo me, ma ogni persona con disabilità. È necessario un cambio culturale che elimini queste barriere e riconosca il diritto di tutti a partecipare pienamente.

Lei ha spesso sottolineato il peso dei pregiudizi e della solitudine per chi vive con una disabilità. Come possiamo educare le nuove generazioni al rispetto e all’empatia per abbattere questi muri invisibili?

La risposta sta nello stare insieme. La vicinanza e il confronto diretto aiutano a ridurre i pregiudizi, sia da parte della società sia da parte della persona con disabilità, che spesso si sente poco compresa e isolata. Anche se non si può azzerare completamente ogni squilibrio, la condivisione delle esperienze permette di costruire un rispetto reciproco. L’educazione all’empatia non è solo teoria, ma pratica quotidiana di relazione e ascolto.

Articoli correlati