Tempo di lettura: 6 minuti

Loading

Dal volontariato aziendale al purpose strategico, l’esperienza di Dynamo Camp e Dynamo Academy in una fase di transizione della CSR tra minori obblighi e maggiore responsabilità sostanziale

C’è un luogo sull’Appennino pistoiese dove il concetto di limite viene sospeso e riscritto. Qui, “partiamo dal presupposto che tutti possano fare tutto”, e da questa premessa operativa prende forma un modello che unisce rigore organizzativo e impatto sociale misurabile. È la Fondazione Dynamo Camp ETS. A guidarlo è Serena Porcari, presidente di Dynamo Academy e CEO di Dynamo Camp, che negli anni ha contribuito a strutturare un approccio imprenditoriale alla sostenibilità sociale: “Dynamo è pensata come un’impresa e continuerà a esserlo”. Una scelta operativa che trasuda processi, pianificazione, metriche e capacità di scalare l’impatto.

“Dal 2007, Dynamo Camp offre gratuitamente programmi di Terapia Ricreativa Dynamo® a bambini e ragazzi con patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o disabilità, coinvolgendo anche genitori, fratelli e sorelle – spiega – Il fine ultimo è contribuire al diritto alla felicità”. I dati lo confermano. Secondo una ricerca dell’Università di Yale con il network SeriousFun Children’s Network, dopo l’esperienza al Camp l’81% dei bambini mostra maggiore maturità, il 78% più fiducia in sé, il 76% più autonomia.

Il Camp – situato a Limestre, all’interno di un’oasi affiliata WWF di oltre 900 ettari – è il centro di questo sistema. Attorno, si sviluppa una costellazione di imprese sociali che ampliano il raggio d’intervento. Sono Oasi Dynamo, Fondazione Arte Dynamo, Dynamo The Good Company, RiDynamo, Dynamo Sport e Fondazione Comunità Dynamo. “Il Camp è il cuore, ma lavoriamo su altre missioni sociali con strumenti diversi di impresa”, sintetizza Porcari.

Nel 2025 sono stati oltre seimila i beneficiari tra Camp e City Camp attivi in diverse città italiane, con una rete che coinvolge cento ospedali, 86 associazioni di patologia e una comunità di quasi 287mila persone. Numeri che raccontano la direzione di un modello che prova a tenere insieme gratuità, qualità e scalabilità. Perché, come sottolinea Porcari, “non curiamo le malattie, ma creiamo le condizioni perché venga soddisfatto il bisogno di sollievo. Di normalità, come diciamo noi”.

L’intervista a Serena Porcari, CEO Fondazione Dynamo Camp ETS e presidente Dynamo Academy

Dottoressa Porcari, qual è la genesi di questa realtà così peculiare?

Siamo nati come gruppo di imprenditori. In particolare, Vincenzo Manes ha attraversato diverse fasi all’inizio degli anni Duemila, fino a decidere di creare la Fondazione Dynamo. È stato un progetto ideale che ha incontrato l’esperienza di Paul Newman, generando una serie di riflessioni che hanno portato alla decisione di implementare il primo camp in Italia. Il modello è quello di un intervento sociale a supporto di bambini e famiglie che affrontano gravi patologie, come tumori, malattie croniche, sindromi rare o condizioni complesse. Il Camp offre periodi di vacanza a bambini e nuclei familiari. È completamente gratuito, vive grazie alla generosità privata e funziona attraverso un ampio coinvolgimento di volontari. Dopo il periodo del Covid, abbiamo ristrutturato alcune aree del Camp. In parallelo è nata Dynamo Academy, una realtà di formazione e consulenza per aziende che vogliono lavorare sulla sostenibilità sociale. L’Academy gestisce gli asset immobiliari del Camp, gli spazi formativi e le strutture ricettive, accogliendo imprese e dipendenti che vengono a formarsi su questi temi.

Ha raccontato che il vostro mestiere è far divertire i bambini. Un’impresa difficile...

È un mestiere bellissimo, ma complesso. Richiede un grande lavoro dietro le quinte. Le attività devono essere divertenti, ma allo stesso tempo sicure dal punto di vista medico e fisico, e accessibili a tutte le disabilità. Lo staff è formato per affrontare un ampio spettro di complessità. Sono presenti medici e tutte le competenze necessarie. Anche le cucine e i servizi di ospitalità devono funzionare in modo coerente con i bisogni specifici dei bambini. Tutto ciò che sta dietro deve essere organizzato attraverso responsabilità chiare e processi definiti. È un lavoro che deve continuamente aprirsi all’innovazione. Cambiano le persone, la cultura del Paese, la complessità medica, aumentano le esigenze legate a religioni e diete. Il mondo cambia e anche noi dobbiamo cambiare.

Quali sono le principali spinte all’innovazione che state sperimentando attualmente?

Ci sono due trend principali. Il primo è lo sviluppo costante del volontariato. È l’energia e l’anima del Camp, sia per i numeri sia per il contributo che porta. I volontari, dai 18 anni in su, vengono formati e selezionati. Si tratta di un volontariato molto strutturato, quasi assimilabile a un lavoro. Il futuro del Camp dipenderà dalla nostra capacità di continuare a coinvolgere e aggregare la comunità. Il secondo è l’attenzione costante all’innovazione nelle attività e negli spazi. Rivediamo continuamente attività come radio, arte, danza e musical, per garantire qualità elevata e coinvolgere professionisti capaci di portare valore. Introduciamo tecnologie quando necessario, ad esempio nelle performance audio-video o per migliorare l’inclusione di chi non vede, non parla o non sente. Tutto questo si regge su procedure e processi. Ne abbiamo quasi cinquecento. A questi si aggiungono formazione continua del personale e sistemi assicurativi, anche oltre quanto strettamente necessario, per garantire il massimo livello di protezione. L’attenzione all’eccellenza è costante, anche grazie al contributo di partner esterni come artisti e musicisti.

Cosa fa Dynamo Camp del concetto di limite? Come lo reinterpreta?

Partiamo dal presupposto che tutti possano fare tutto. Questo cambia il punto di vista. Ci permette di progettare spazi e attività in modo completamente diverso e di avere uno sguardo più positivo sulla realtà. Ci concentriamo sulle possibilità. Le difficoltà legate alle patologie esistono, ma non vengono considerate un ostacolo insormontabile. Questo è lo spirito di Dynamo. L’ambizione è rendere possibile ciò che sembra non esserlo, trasformarlo in azione concreta. Dall’altra parte del limite, per noi, c’è la felicità.

Qual è il ruolo delle famiglie nei percorsi di Dynamo Camp?

Abbiamo compreso che è l’intero nucleo familiare ad avere bisogno di tempo e di uno spazio di sollievo. Non solo i genitori, spesso impegnati come caregiver, ma anche come persone. Offriamo loro tempo di svago che spesso non hanno mai avuto. Ci prendiamo cura dei figli, creando uno spazio in cui la famiglia può stare insieme, divertirsi, partecipare ad attività sportive o ricreative, recuperare il dialogo nella coppia o nel nucleo familiare nel suo complesso, indipendentemente da come sia composto. La gratuità ci consente di rispondere a un bisogno sociale, non solo medico.

Come si interfaccia Dynamo Camp con il territorio e con le imprese?

Fin dall’inizio, provenendo dal mondo imprenditoriale, Dynamo è stata pensata come un’impresa e continuerà a esserlo. Questo è parte del suo DNA e della sua sostenibilità futura. Non dipende dalle singole persone, ma da una cultura organizzativa e da processi strutturati. Abbiamo pianificazioni di medio-lungo termine per capire cosa servirà al Camp negli anni futuri. Una quota significativa dei volontari, tra il 20% e il 30%, proviene dal volontariato aziendale. È un segnale significativo: le imprese sentono il bisogno di attivarsi per le proprie comunità. Si tratta di uno strumento molto potente anche per il coinvolgimento dei dipendenti. Attraverso Dynamo Academy, lavoriamo anche con imprese che sono all’inizio del loro percorso nella sostenibilità sociale. Offriamo formazione, consulenza, supporto nella misurazione dell’impatto e nella progettazione di iniziative per le comunità di riferimento. Da un lato c’è il fare concreto del Camp, dall’altro l’accompagnamento graduale delle aziende.

Negli ultimi anni la Corporate Social Responsibility ha attraversato una trasformazione profonda. Dal vostro osservatorio, quali cambiamenti concreti vedete?

Abbiamo iniziato a lavorare su questi temi molto presto e, attraverso Dynamo Academy, abbiamo oggi un osservatorio privilegiato su come le imprese si relazionano alle comunità di riferimento. Negli ultimi anni abbiamo notato una forte spinta verso la compliance e la misurazione, anche in risposta alla CSRD, con l’introduzione di indicatori quantitativi sull’impegno sociale, oltre ai temi interni come la DEI. Più recentemente, questo scenario è cambiato. Tra rinvii normativi e pacchetti Omnibus, alcune richieste di rendicontazione sono state rallentate, ridotte o rese meno stringenti. Questo ha reso più evidente la differenza tra chi crede realmente in questi percorsi e chi li seguiva soprattutto per obbligo normativo. 

Anche a livello internazionale si osserva una dinamica simile. La ricerca Giving in Numbers 2025 di Chief Executives for Corporate Purpose partner di Dynamo Academy mostra che il 55% delle aziende ha ridotto gli investimenti complessivi a favore delle comunità tra il 2022 e il 2024, con una diminuzione mediana del 16% degli investimenti reali dal 2020. Allo stesso tempo, però, emerge una maggiore focalizzazione su programmi strategici e un aumento delle forme di contributo non monetario, come servizi pro bono e volontariato.

In Italia, con il recepimento della direttiva e i successivi interventi di semplificazione, osserviamo una diminuzione della rendicontazione quantitativa sulle tematiche sociali. Molte informazioni che prima permettevano confronti strutturati sono diventate qualitative o sono scomparse. Questo rende più difficile leggere i trend, ma anche più evidente chi ha integrato davvero la sostenibilità sociale nella propria strategia.

Emergono così quelli che definiamo “i campioni”. Aziende che continuano a investire nelle comunità non per obbligo di reporting, ma per convinzione. Spesso sono spinte anche dalle aspettative dei dipendenti e da una visione del purpose come leva reale di business. Sono imprese che hanno reso l’impatto sociale parte integrante del proprio modello operativo e che, non a caso, mostrano anche solidità in termini di performance.

Recita il vostro claim: Right to happiness. La felicità è un diritto? In che modo viene negato? E come proteggerlo?

Noi ci occupiamo di qualcosa di molto piccolo. Offrire sollievo e divertimento in contesti segnati da forti difficoltà. Non curiamo le malattie, ma creiamo uno spazio in cui può accadere altro. Durante l’esperienza al Camp si attivano processi rilevanti, che cerchiamo di misurare: cresce la voglia di vivere meglio e più a lungo, di uscire dal proprio isolamento familiare, di avere un ruolo attivo nella società. I genitori trovano occasioni di relazione con altre persone che vivono situazioni simili o più complesse. Fratelli e sorelle comprendono che la difficoltà non determinerà necessariamente il loro futuro. Si sviluppano consapevolezza e conoscenza di sé. Accanto alla possibilità di ricevere cure adeguate, che non rientra nel nostro ambito, noi lavoriamo perché sempre più bambini e famiglie possano accedere a questa esperienza, formando sempre più persone e ampliando il numero di beneficiari. Questo è il nostro sguardo sul futuro. Crescere, restando fedeli alla nostra missione.

Articoli correlati