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Il direttore generale di Erion WEEE spiega a SostenibileOggi.it i motivi del ritardo italiano sul riciclo delle apparecchiature elettroniche

Il mercato parallelo dei RAEE e il fenomeno delle società che trattano i rifiuti elettronici senza avere l’autorizzazione al trattamento. Sono i buchi neri che piazzano l’Italia agli ultimi posti europei nella raccolta dei rifiuti di apparecchiature tecnologiche. Il direttore generale di Erion WEEE, Giorgio Arienti, parla a SostenibileOggi.it della situazione del riciclo dei RAEE.

Lo fa partendo da dati eloquenti. L’Italia è ancora in ritardo su questo tipo di riciclo, a differenza che in altri settori dove è eccellenza in Europa. Lo scorso anno sono state gestite dai Consorzi del sistema formale circa 360 mila tonnellate di RAEE, con una flessione del 6,2% rispetto al 2021. Il dato pro-capite di RAEE domestici in Italia si attesta quindi a 6,12 kg per abitante. Per raggiungere i target definiti a livello europeo, si dovrebbe raddoppiare il tasso di raccolta: mancano perciò all’appello quasi 400 mila tonnellate di RAEE domestici, vale a dire tre milioni di grandi elettrodomestici (come frigoriferi, condizionatori e lavatrici) e più di 400 milioni di piccoli elettrodomestici (come cellulari, microonde, radio). Una perdita che ha ripercussioni importanti a livello nazionale, ancor più in un periodo di grave carenza di risorse come quello attuale.

Si punta il dito contro la raccolta, è il vero problema?
La fase critica nel sistema RAEE è effettivamente la raccolta, perché il cittadino butta via i rifiuti perché non sa come smaltirli. Il sistema soffre del fatto che gestisce 360 mila tonnellate l’anno ma sono almeno il doppio. Molta roba, tipo radiosveglie e cellulari, finisce nell’immondizia. Abbiamo lavorato con Altroconsumo per sei mesi per realizzare un’indagine piazzando dei tracker GPS in 370 apparecchiature elettroniche, non è numero gigantesco ma dà una traccia indicativa: è emerso che ci sono flussi paralleli, clandestini lungo cui queste apparecchiature vanno a finire. Flussi di RAEE che vanno all’estero, in Africa o paesi emergenti, con i Raee che vengono fintamente esportati come apparecchiature usate funzionanti. Ovviamente non sono utilizzabili e sono poi riciclati a cielo aperto. Ricavano materiale prezioso come il rame. Serve quindi controllare di più quello che esce dai nostri porti. Un altro flusso che emerge è quello dei RAEE che sono prelevati da società prive dell’autorizzazione al trattamento. Ci sono filiere, tipo quella delle auto, che vanno alla ricerca di ferro e rame, senza badare all’aspetto ambientale.

Cosa deve fare lo Stato e cosa Erion?
Andare a indagare nelle filiere alternative, si potrebbe intervenire per interrompere questa catena, ci vuole un sistema di controlli, soprattutto nei porti. Noi invece possiamo incidere sull’informazione, che è fondamentale a “educare” il cittadino a procedere alla raccolta differenziata dei RAEE. Sugli altri flussi, paralleli, clandestini, non possiamo fare nulla, perché escono dai centri di raccolta, dalle isole ecologiche, tra l’altro spesso il cittadino fa la cosa giusta portando il prodotto all’isola ecologica o consegnandolo al negoziante in cambio di quello nuovo, spesso c’è chi offre soldi per avere questi prodotti per riciclarli a modo suo. Gli conviene perché non ha costi di lavorazione.

Il fenomeno del riciclo parallelo è omogeneo in Italia?
Dalla nostra inchiesta parallela con Altroconsumo non si nota nulla, ma emerge, analizzando invece RAEE che arrivano a noi, che in Italia la raccolta è disomogenea. Il dato pro capite è di 6,4 kg annuo per abitante, ma si va da 3 kg in alcune aree d’Italia agli 11 kg di altre. Il comportamento è diverso e dipende dalla volontà e dalla capacità dell’amministrazione locale di fare al meglio la raccolta differenziata.

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