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La Corte d’Appello di Milano ha respinto due volte la richiesta di sospensiva di Ilva e Acciaierie d’Italia, fissando al 28 ottobre il termine per lo spegnimento dell’area a caldo. Sul tavolo, un’AIA ridotta a 2-3 milioni di tonnellate e oltre 2.500 licenziamenti nell’indotto

Due ricorsi respinti in due settimane, un termine che si è spostato da luglio a ottobre, una Cassazione convocata a Sezioni Unite: il caso Ex Ilva è tutt’altro che chiuso. Quando lo scorso luglio la Corte d’Appello di Milano aveva ordinato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni, era già chiaro il vero nodo strutturale della vicenda. Un’Autorizzazione Integrata Ambientale valida dodici anni ma priva di un vincolo cogente di decarbonizzazione. Due mesi dopo, quel nodo non si è sciolto, ma si è spostato dal piano regolatorio a quello strettamente processuale, e resta il cuore della partita.

Il tentativo di sospensiva

Contro il decreto del 27 luglio, Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria hanno presentato ricorso straordinario in Cassazione, chiedendo contestualmente alla stessa Corte d’Appello di sospendere l’efficacia esecutiva del provvedimento ai sensi dell’articolo 373 del codice di procedura civile. L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano bis, sezione specializzata in materia d’impresa, ha respinto la richiesta, confermando lo spegnimento entro il 28 ottobre. La motivazione riprende un principio già anticipato nella decisione di luglio: nel bilanciamento tra il diritto all’esercizio dell’attività d’impresa e il diritto dei cittadini alla salute, richiamando pronunce recenti della Corte Costituzionale e della Cassazione, «non può che prevalere quest’ultimo».

Le società non si sono fermate. Hanno presentato una seconda istanza di sospensiva, motivata da un elemento temporale specifico. Le Sezioni Unite della Cassazione discuteranno il ricorso di merito il 20 ottobre, una data sufficientemente ravvicinata da rendere, secondo i legali di Ilva, irragionevole eseguire lo spegnimento prima che la Suprema Corte si sia pronunciata. La nuova udienza è fissata per il 30 settembre, con un margine di appena venti giorni prima della decisione della Cassazione.

È questa sovrapposizione di calendari, più che il merito tecnico degli impianti, a rendere l’esito dell’udienza milanese decisivo per capire se lo stop si materializzerà davvero a fine ottobre o se la partita si trasferirà interamente a Roma.

Ex Ilva, la risposta del governo

Sul fronte esecutivo, il governo ha impugnato il decreto in Cassazione e ha aperto un tavolo a Palazzo Chigi con i sindacati, mentre valuta l’ipotesi di una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale con un tetto produttivo ridotto a 2-3 milioni di tonnellate annue, contro i 6 milioni attualmente autorizzati. È un impianto ancora tutto da verificare nei dettagli, ma segnala che l’esecutivo intende agire sulla leva quantitativa della produzione – meno acciaio, quindi meno emissioni in valore assoluto – piuttosto che introdurre il vincolo di decarbonizzazione temporale che la sentenza di luglio aveva indicato come assente.

Cosa resta sul tavolo

Sul piano industriale, le offerte vincolanti per l’acquisizione dello stabilimento scadono il 15 ottobre, con in corsa il gruppo indiano Jindal, la cordata Federacciai, Flacks e CE Industries. Sul piano occupazionale, l’indotto ha già annunciato oltre 2.500 licenziamenti in caso di fermo effettivo degli impianti: la dimensione sociale che rende la vicenda irriducibile a una sola lettura giuridica o ambientale.

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