Tempo di lettura: 3 minuti

Loading

Negli ultimi quattro anni, la quota di collaboratori che percepisce un ambiente psicologicamente sano è scesa dal 76% al 71% nelle imprese certificate. Il calo più marcato riguarda i manager di primo livello

Tra le organizzazioni certificate la percezione di un ambiente sano dedito alla salute mentale al lavoro è scesa in tre anni dal 76% al 71%. Il calo si concentra sui responsabili di primo livello (dal 76% al 70%) e sulla fascia 26-34 anni (dal 74% al 68%), mentre i vertici restano praticamente fermi (dal 90% all’89%). È il dato che emerge dallo studio condotto da Great Place To Work Italia tra il 2022 e il 2025 su 310mila collaboratori di 496 aziende, e che mette la salute mentale in azienda sotto una luce diversa da quella dei benefit.

Il middle management tra due fuochi

La distanza tra vertici e primo livello va letta insieme a un altro dato. Nel Workplace Mental Health Survey 2026, condotto da NAMI e Ipsos, l’84% dei lavoratori indica nel proprio manager diretto il principale responsabile del dialogo sul benessere emotivo, seguito dall’Hr con l’83%. I responsabili di primo livello sono quindi i più esposti nella gestione dei team e quelli la cui percezione dell’ambiente peggiora di più. Chi dovrebbe ascoltare è anche chi si sente meno tutelato. Per Gaia Morselli, Head of Consulting Services di Great Place To Work Italia, le aziende vincenti saranno quelle capaci di «integrare l’ascolto e il supporto psicologico dei collaboratori nel proprio Dna».

Salute mentale al lavoro, il valore della formazione

La survey NAMI-Ipsos registra che il 74% dei collaboratori considera ormai appropriato parlare di salute mentale sul posto di lavoro. Il timore di essere giudicati resta però alto e riguarda il 43% dei lavoratori nelle aziende che offrono corsi di formazione sul tema e il 52% in quelle che non li offrono. La formazione vale nove punti percentuali, e quasi metà dei dipendenti continua a temere lo stigma anche dove esiste.

Tra le cause, la survey indica la cultura del silenzio, la paura di apparire deboli (33%) e il rischio di ritorsioni professionali. Sul fronte del carico, il 53% si dichiara esausto per il troppo lavoro, il 39% sopraffatto dalle mansioni e il 26% valuta di lasciare il lavoro per problemi di salute mentale legati all’impiego. Il disagio è distribuito in modo diseguale: riferiscono una salute mentale scadente il 35% dei dipendenti Lgbtq+, il 22% dei giovani tra 18 e 29 anni e il 21% delle donne, mentre tra i caregiver il burnout arriva al 61% contro il 49% dei non caregiver.

Cosa fanno le aziende certificate

Le pratiche segnalate da Great Place To Work vanno dalle ferie illimitate di Bending Spoons, con consulenze psicologiche rimborsate per collaboratori e famiglie, al Chief Happiness Officer di Prestiter. Includono i “Team Camp” di Hilti, con sessioni di meditazione e un programma facoltativo di tre giorni con monitoraggio della frequenza cardiaca, e la campagna Mind the Gap di Accenture, in cui oltre 150 dirigenti si sono impegnati come «alleati della salute mentale». Chiude la lista il corso Real Essentials di AbbVie, che forma i manager all’ascolto. Un dettaglio sulle ferie illimitate: Bending Spoons ha affidato all’Hr il monitoraggio di chi non prende abbastanza riposo, un’attenzione che suggerisce come l’assenza di un tetto non basti a garantire le pause. Sono tutte misure di input. Nel materiale disponibile non compaiono indicatori di risultato, che sarebbero l’unico modo per capire se spostano i numeri sul benessere percepito.

Una fonte da leggere con cautela

Il campione dello studio italiano è composto da imprese che partecipano ai programmi di Great Place To Work, società di consulenza e certificazione. Il confronto tra aziende certificate e media nazionale è quindi tra organizzazioni che hanno scelto di misurarsi e il resto, e il divario di 33 punti va letto con questa premessa. Il dato più interessante resta l’andamento interno alle certificate: per la prima volta in un campione di imprese attente al tema, la percezione cala.

La salute mentale è entrata nel perimetro della sostenibilità sociale delle imprese, la “S” dell’ESG, che è anche la più difficile da misurare. I numeri di Great Place To Work indicano che programmi, figure dedicate e policy generose non coincidono con la percezione di chi lavora ogni giorno sotto un responsabile di primo livello. Se le aziende che investono di più nel benessere perdono punti proprio in quel segmento, l’indicatore che conta per rendicontare la “S” potrebbe essere la qualità della relazione tra manager e team più dell’elenco delle iniziative.

Articoli correlati