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Dal rapporto tra economia e capitale naturale alla responsabilità delle imprese sui green claims: l’autore de La civiltà sostenibile spiega perché la transizione richiede un nuovo criterio per le scelte pubbliche e private

C’è una frase, pronunciata da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo, che continua a risuonare come un monito: «L’estate appena trascorsa – ha detto la presidente della Commissione – sarà probabilmente ricordata come la più fresca di quelle a venire». È da qui che parte la conversazione con Michelangelo Raccio, economista, docente universitario, esperto di ESG e anticorruzione, autore del volume La civiltà sostenibile. Dal paradigma all’azione (Giappichelli, Torino 2026). Un titolo che è tutto un programma.

Il paradigma: un’economia che smette di considerarsi esterna alla natura

Raccio parte da lontano, dal Rapporto Brundtland del 1987, quello che per primo ha dato una definizione operativa allo sviluppo sostenibile: «Lo sviluppo è sostenibile quando riusciamo a soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future». Ma la definizione, spiega, nasconde una complessità che va sciolta guardando ai diversi tipi di capitale su cui si regge la produzione di beni e servizi. «Non solo quello finanziario, ma anche quello fisico, quello umano e quello naturale», osserva Raccio. «Mentre il capitale fisico e quello umano possono essere incrementati, quello naturale ha limiti invalicabili. Nascono da qui le problematiche per le condizioni di sviluppo sostenibile».

È in questo punto di attrito che risiede, secondo il docente di Management ed Economia dell’Ambiente, il vero cambio di paradigma: riconoscere che l’economia «non è qualcosa di esterno alla natura, all’ambiente, ma è un sottosistema». Per decenni, ricorda, abbiamo inteso lo sviluppo come crescita quantitativa di beni e consumi, dentro una «funzione lineare». Prendere dalla natura, trasformare, vendere, consumare, restituire come scarto. «Ma il paradigma deve cambiare, perché la natura non è infinita».

La videointervista al professor Michelangelo Raccio

L’azione: dalla consapevolezza alla misurazione

Se il paradigma è la cornice teorica, l’azione – il secondo termine del titolo del libro – è ciò che la rende verificabile. «Consiste nell’avere la consapevolezza di trasformare il paradigma in qualcosa di reale e verificabile: progettare prodotti durevoli, misurare gli impatti lungo la filiera di produzione, investire nella prevenzione invece che nella riparazione dei danni, riorientare la finanza nella creazione di valore nel lungo periodo».

Alla domanda su quale azione concreta metterebbe in campo se avesse potere decisionale, subito dopo l’allarme lanciato da von der Leyen sull’estate più calda mai registrata, Raccio non esita, e la risposta si radica su un terreno inaspettato. «L’economia è un grande racconto morale. La decisione della persona di andare in una direzione o nell’altra, difendere o meno il pianeta, è una scelta morale, e poi le scelte economiche saranno più o meno orientate di conseguenza». Da qui la proposta, disarmante nella sua semplicità: «Potremmo introdurre in maniera generalizzata una prova di sostenibilità nelle decisioni pubbliche e private. Prima di approvare un’opera pubblica, realizzare un prodotto, approvare una politica ambientale, chiedersi quali saranno gli effetti sull’ambiente e sulle generazioni future. La sostenibilità come principio base delle scelte umane».

Green claims: il problema è del consiglio d’amministrazione

Il 27 settembre l’Italia recepisce la direttiva europea sui green claims, che vieta le dichiarazioni ambientali generiche prive di riscontro documentale. È l’occasione per tornare su un concetto che Raccio ha già esplorato nei suoi scritti: il greenwashing come «verità selettiva» più che come menzogna esplicita. Chi ne è responsabile, allora, il marketing o chi decide investimenti, rischi e compliance? «Il marketing è una disciplina borderline», risponde. «Presenta un prodotto, ma tende a convincere della bontà di un prodotto. Fra il presentare e il convincere si annidano le problematiche».

Ma la responsabilità, insiste, non si esaurisce lì: «Il greenwashing non nasce mai e solo dalla comunicazione di marketing, ma nasce da scelte di investimento, dalla progettazione del prodotto, dalla selezione dei fornitori, dalla gestione dei rischi, dai sistemi di controllo. Dietro la comunicazione ci sono scelte, che sono economiche e finanziarie». La conclusione suona quasi come un manifesto operativo. La sostenibilità non può essere «solo affidata alla comunicazione», ma deve entrare persino «nella remunerazione dei dirigenti. Solo così diventa trasformazione».

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