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Solo ozono stratosferico e aerosol atmosferici restano entro i limiti considerati sicuri
Sette confini su nove già oltrepassati, un solo Protocollo di Montreal a dimostrare che si può ancora invertire la rotta: il bilancio 2026 dei limiti planetari arriva con il verdetto più severo mai registrato dal 2009.
Il Planetary Health Check 2026, il report annuale coordinato dall’Istituto tedesco di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (PIK) con il contributo di oltre 60 ricercatori, certifica che sette dei nove limiti planetari della Terra si trovano ormai «oltre lo spazio sicuro», la soglia entro cui, secondo il quadro scientifico dei planetary boundaries, l’umanità può operare senza destabilizzare i sistemi fondamentali del pianeta.
L’ultimo confine ad aggiungersi alla lista, nel 2025, è l’acidificazioneAcidificazione: definizione e tipologie L’acidificazione è un fenomeno chimico che comporta una riduzione del pH in un determinato ambiente, causata dall’aumento della concentrazione di sostanze acide. Questo processo può avvenire nell’atmosfera, nei suoli o negli oceani, con effetti sulla composizione... Approfondisci degli oceani, che si affianca a cambiamento climatico, declino della biodiversità e dell’integrità degli ecosistemi, uso del suolo per deforestazioneDeforestazione La deforestazione è il processo di rimozione o distruzione di foreste o aree boschive su larga scala, generalmente per far posto ad attività umane come l'agricoltura, l'allevamento, l'estrazione mineraria o lo sviluppo urbano. Questo fenomeno ha profonde implicazioni ambientali,... Approfondisci e urbanizzazione, alterazione del ciclo dell’acqua dolce e di quello dei nutrienti, e introduzione di sostanze e materiali di origine antropica come la plastica.
Gli indicatori ancora sicuri
Nell’ultimo decennio solo due confini planetari sono rimasti entro i limiti considerati sicuri, mostrando peraltro un miglioramento: lo spessore dello strato di ozono stratosferico e la concentrazione di particelle disperse nell’atmosfera. Sono gli unici due casi in cui politiche mirate – il Protocollo di Montreal per l’ozono, su tutte – hanno prodotto un’inversione di tendenza misurabile, un dato che il report cita implicitamente come prova che un intervento coordinato può effettivamente invertire una traiettoria di degrado.
La lettura degli scienziati
«La diagnosi è inequivocabile», commenta Boris Sakschewski, primo autore del rapporto: «La pressione – prosegue – sta aumentando su ogni confine planetario già al di fuori dello spazio operativo sicuro». Ne consegue, spiega, che il rischio di cambiamenti su larga scala, persistenti e potenzialmente irreversibili è in aumento, mentre si restringe il margine di errore disponibile per intervenire. Sakschewski aggiunge però un elemento di prospettiva: «Abbiamo la conoscenza, capacità e soluzioni» per cambiare traiettoria.
Il nodo dei pozzi di carbonio
Un elemento centrale del report riguarda il ruolo dei pozzi naturali di carbonio – oceani, foreste, torbiere – indicati come condizione essenziale per raggiungere l’obiettivo delle emissioni nette zero. Vegetazione e suoli assorbono oggi una quota significativa delle emissioni antropiche di CO2, ma gli eventi meteorologici estremi, resi più frequenti dal cambiamento climatico stesso, stanno degradando questi sistemi in un meccanismo di retroazione che si autoalimenta. In alcune regioni, segnala il report, gli ecosistemi sono già passati da pozzi a fonti di carbonio. Producono cioè più anidride carbonica di quanta ne riescano ad assorbire, capovolgendo la funzione che li rendeva finora alleati nella mitigazione climatica.
Il dato più rilevante di questa edizione del Planetary Health Check è la natura del meccanismo che il report descrive: un sistema in cui il degrado di un limite compromette direttamente la possibilità di intervenire su un altro, il cambiamento climatico. È questa interdipendenza, più della singola soglia superata, a definire quanto stretto sia ormai il margine di manovra a disposizione.