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Misurare l’impronta idrica significa individuare dove un’azienda dipende realmente dall’acqua, quali attività esercitano le pressioni maggiori e dove possono emergere rischi operativi, economici e reputazionali.
La water footprint, o impronta idrica, misura l’acqua dolce consumata e inquinata direttamente e indirettamente per realizzare un prodotto, svolgere un processo o sostenere le attività di un’organizzazione. Non indica soltanto quanta acqua entra in uno stabilimento: considera anche le materie prime, i fornitori, la qualità degli scarichi e il territorio dal quale la risorsa viene prelevata.
Per un’impresa, quindi, la water footprint è soprattutto uno strumento di gestione. Permette di individuare dipendenze nascoste nella supply chainSupply chain o Catena di approvvigionamento La "supply chain" o catena di approvvigionamento è un elemento fondamentale nel mondo degli affari, rappresentando l'insieme di passaggi coinvolti nella produzione e distribuzione di un prodotto o servizio. Dalla materia prima fino al... Approfondisci, valutare l’esposizione alla scarsità idrica e orientare investimenti, acquisti e progettazione dei prodotti. In un’economia nella quale siccità, inquinamento e competizione per le risorse possono interrompere la produzione, l’acqua non è più soltanto un costo operativo, ma un fattore di continuità aziendale.
Cos’è la water footprint e cosa misura davvero
Il Water Footprint Network definisce la water footprint come una misura dell’appropriazione delle risorse di acqua dolce, espressa attraverso i volumi consumati o inquinati. Può essere riferita a un processo, a un prodotto, a uno stabilimento, a un’intera azienda oppure a una filiera.
La sua caratteristica più importante è l’estensione del perimetro di analisi. L’impronta idrica comprende infatti:
- l’acqua utilizzata direttamente negli impianti e negli uffici;
- l’acqua incorporata nelle materie prime e nei componenti acquistati;
- quella impiegata dai fornitori nei processi produttivi;
- gli effetti collegati agli scarichi e alla contaminazione;
- la localizzazione geografica e il periodo in cui l’acqua viene utilizzata.
Due prodotti con la stessa water footprint espressa in metri cubi possono quindi avere conseguenze molto diverse. Consumare acqua in un bacino ricco di risorse non equivale a utilizzarla durante una stagione di siccità in un’area soggetta a forte stress idrico. Il luogo, la disponibilità locale e la qualità della risorsa sono parte integrante della valutazione.
Water footprint e consumo idrico non sono la stessa cosa
Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare la water footprint un semplice sinonimo di consumo idrico aziendale.
Il prelievo idrico indica la quantità d’acqua prelevata da una rete, da un corso d’acqua, da un bacino o da una falda. Una parte di questo volume può essere restituita all’ambiente dopo l’utilizzo, anche se con caratteristiche qualitative o in tempi differenti.
Il consumo riguarda invece l’acqua che non ritorna immediatamente nello stesso sistema perché evapora, viene incorporata nel prodotto oppure viene trasferita altrove.
La water footprint amplia ulteriormente l’analisi, perché considera sia i consumi sia l’inquinamento lungo il ciclo di vita, includendo le attività esterne ai confini diretti dell’organizzazione. Una società alimentare, per esempio, potrebbe utilizzare quantità relativamente contenute d’acqua negli uffici e negli impianti di confezionamento, ma dipendere fortemente dall’irrigazione necessaria per produrre gli ingredienti agricoli acquistati.
Ridurre soltanto l’acqua usata negli stabilimenti rischia quindi di produrre un miglioramento marginale, mentre la parte più rilevante dell’impatto rimane nei livelli precedenti della filiera.
Water footprint verde, blu e grigia
Secondo l’approccio sviluppato dal Water Footprint Network, l’impronta idrica può essere suddivisa in tre componenti.
Water footprint verde
La water footprint verde riguarda l’acqua piovana trattenuta nel terreno, successivamente evaporata, traspirata dalle piante o incorporata nelle colture. È particolarmente rilevante per agricoltura, allevamento, silvicoltura e industrie che acquistano materie prime di origine agricola.
Water footprint blu
La water footprint blu misura l’acqua proveniente da fiumi, laghi, bacini e falde sotterranee che viene consumata durante un processo. Comprende, per esempio, l’acqua utilizzata per l’irrigazione, per il raffreddamento degli impianti o come ingrediente di un prodotto.
Questa componente richiede una valutazione territoriale accurata: un prelievo relativamente piccolo può diventare critico quando avviene in un bacino nel quale la domanda è già vicina o superiore alla disponibilità.
Water footprint grigia
La water footprint grigia rappresenta il volume teorico di acqua dolce necessario per diluire un carico inquinante fino al rispetto di determinati standard di qualità. Non corrisponde quindi all’acqua materialmente utilizzata per la diluizione, ma è un indicatore della pressione esercitata dall’inquinamento sulla risorsa.
Questa distinzione aiuta a capire perché ridurre i metri cubi prelevati non sia sufficiente. Un’impresa può contenere i consumi e continuare a generare una pressione elevata se gli scarichi presentano concentrazioni significative di sostanze inquinanti.
Perché l’impronta idrica diventa strategica per le imprese
L’impronta idrica diventa strategica quando viene collegata alle decisioni aziendali, anziché essere utilizzata soltanto come dato ambientale da inserire in un report.
Protegge la continuità operativa
Una riduzione della disponibilità d’acqua può limitare la produzione, aumentare i costi, modificare le autorizzazioni al prelievo o generare conflitti con comunità e altri utilizzatori del bacino.
La mappatura del rischio idrico permette di individuare gli stabilimenti e i fornitori più esposti a siccità, alluvioni, deterioramento della qualità delle acque o cambiamenti normativi. Strumenti come Aqueduct del World Resources Institute utilizzano dati aperti e sottoposti a revisione scientifica per analizzare stress idrico, siccità e rischio di alluvione nelle diverse aree geografiche.
Rende visibili i rischi della supply chain
In molti settori, la maggior parte della water footprint non si trova negli stabilimenti dell’azienda, ma nelle materie prime e nei processi dei fornitori.
Agricoltura, tessile, semiconduttori, industria alimentare, chimica, estrazione mineraria ed energia presentano dipendenze idriche profonde e distribuite su più livelli della catena di fornitura. Un’analisi limitata ai fornitori diretti può non rilevare il rischio concentrato nella coltivazione di una materia prima, nella produzione di un componente o nell’estrazione di un materiale.
Secondo dati pubblicati da CDP nel 2025, molte imprese hanno iniziato a mappare la propria catena del valore, ma gran parte delle analisi continua a fermarsi al primo livello di fornitura. CDP ha inoltre riportato 339 miliardi di dollari di potenziali impatti finanziari collegati ai rischi idrici, a fronte di 58,7 miliardi stimati per le azioni di mitigazione dichiarate dalle aziende considerate.
Migliora investimenti e progettazione
La water footprint può supportare la selezione di tecnologie, fornitori e materiali. Consente, per esempio, di confrontare impianti di riciclo, sistemi di irrigazione più efficienti, processi a circuito chiuso o alternative produttive meno dipendenti da bacini vulnerabili.
Alcune organizzazioni utilizzano anche un prezzo interno dell’acqua, attribuendo alla risorsa un valore superiore alla tariffa pagata al gestore. In questo modo, le decisioni di investimento tengono conto non solo del costo attuale, ma anche di scarsità, rischi ambientali, interruzioni produttive e possibili aumenti futuri.
Rafforza reporting e credibilità
Sul piano europeo, l’ESRS E3 disciplina le informazioni relative ad acqua e risorse marine nell’ambito degli standard di rendicontazione di sostenibilità. Quando il tema risulta materiale, le imprese interessate devono considerare politiche, azioni, obiettivi, consumi e rischi collegati alle risorse idriche.
La Water Resilience Strategy presentata dalla Commissione europea nel 2025 ha inoltre fissato l’obiettivo di migliorare l’efficienza idrica dell’Unione di almeno il 10% entro il 2030. Il segnale per le imprese è chiaro: gestione dell’acqua, competitività industriale e capacità di adattamento sono sempre più interdipendenti.
Come si calcola la water footprint aziendale
Non esiste un unico calcolo valido per qualsiasi impresa. La metodologia dipende dall’obiettivo dello studio, dal perimetro e dal livello di dettaglio disponibile.
La norma ISO 14046 stabilisce principi, requisiti e linee guida per valutare la water footprint di prodotti, processi e organizzazioni secondo una prospettiva di ciclo di vita. Il risultato può essere un singolo indicatore oppure un profilo composto da più indicatori di impatto.
Un percorso aziendale attendibile dovrebbe partire dalla definizione dell’oggetto dell’analisi: un prodotto, uno stabilimento, una linea produttiva o l’intera organizzazione. Occorre poi raccogliere i dati relativi a prelievi, consumi, scarichi, qualità dell’acqua, materie prime ed energia.
I dati devono essere collegati ai luoghi di provenienza. Conoscere il volume acquistato da un fornitore non basta: è necessario capire in quale bacino viene utilizzata l’acqua, in quale periodo e con quale livello di stress idrico.
L’ultima fase consiste nell’interpretare i risultati, individuando gli hotspot sui quali intervenire. Il calcolo non dovrebbe produrre soltanto un valore aggregato, ma indicazioni utilizzabili per definire priorità, responsabilità e investimenti.
Quali indicatori affiancare alla water footprint
Per trasformare l’impronta idrica in uno strumento gestionale, le imprese possono monitorare alcuni KPI complementari:
- metri cubi prelevati, consumati e scaricati;
- consumo d’acqua per unità di prodotto o fatturato;
- quota di prelievi provenienti da aree a stress idrico;
- percentuale di acqua riciclata o riutilizzata;
- qualità degli scarichi e carichi inquinanti;
- numero di fornitori valutati per il rischio idrico;
- dipendenza da materie prime ad alta intensità d’acqua;
- avanzamento rispetto agli obiettivi definiti per ciascun bacino.
L’intensità idrica può essere utile per confrontare l’efficienza nel tempo, ma deve essere letta insieme ai valori assoluti. Un’impresa può migliorare i metri cubi utilizzati per unità di prodotto e, contemporaneamente, aumentare il consumo complessivo a causa della crescita dei volumi.
Gli errori da evitare nel calcolo della water footprint
Il primo errore è comunicare un unico numero senza spiegare perimetro, metodologia, periodo e area geografica. Un dato privo di contesto può risultare difficile da interpretare e, in alcuni casi, fuorviante.
Il secondo consiste nel concentrarsi sulle sedi aziendali, ignorando fornitori e materie prime. Per molte organizzazioni, spegnere i rubinetti negli uffici ha un valore educativo, ma un effetto trascurabile rispetto alle pressioni generate dalla produzione. Occorre inoltre evitare confronti tra prodotti calcolati con metodi, confini o standard differenti. Anche l’affermazione “water neutral” richiede particolare cautela: finanziare un progetto esterno non elimina automaticamente gli impatti prodotti in un bacino specifico.
Una water footprint credibile deve quindi condurre a riduzioni misurabili nei punti in cui la pressione è più elevata, non limitarsi a sostenere claim ambientali.
Dalla water footprint alla water stewardship
Misurare rappresenta il punto di partenza. Il passaggio successivo è la water stewardship, cioè una gestione responsabile e condivisa delle risorse idriche. Un’impresa può ridurre perdite e consumi, migliorare la qualità degli scarichi, riutilizzare l’acqua, modificare le specifiche di acquisto o collaborare con i fornitori. Tuttavia, nei bacini più vulnerabili, gli interventi interni potrebbero non bastare.
L’acqua è una risorsa condivisa con cittadini, agricoltura, ecosistemi e altre attività economiche. Per questo, una strategia efficace deve considerare il contesto locale e coinvolgere soggetti pubblici, comunità e operatori presenti sul territorio. La water footprint diventa davvero strategica quando permette all’impresa di rispondere a tre domande: dove dipendiamo maggiormente dall’acqua, dove stiamo generando le pressioni più rilevanti e quali interventi riducono concretamente il rischio?
FAQ sulla water footprint
Che cos’è la water footprint?
La water footprint, o impronta idrica, misura l’acqua dolce consumata o inquinata direttamente e indirettamente per realizzare un prodotto, svolgere un processo o sostenere le attività di un’organizzazione.
Qual è la differenza tra water footprint e consumo d’acqua?
Il consumo d’acqua indica il volume che non viene restituito immediatamente allo stesso sistema. La water footprint considera anche l’origine della risorsa, l’inquinamento, il luogo e il momento del consumo, oltre agli impatti presenti nella supply chain.
Cosa sono water footprint verde, blu e grigia?
La componente verde riguarda l’acqua piovana trattenuta nel suolo; quella blu l’acqua proveniente da superfici e falde; quella grigia rappresenta il volume teorico necessario per assimilare gli inquinanti nel rispetto degli standard di qualità.
Quale norma regola il calcolo della water footprint?
La norma internazionale di riferimento è la ISO 14046, che definisce principi, requisiti e linee guida per la valutazione dell’impronta idrica di prodotti, processi e organizzazioni secondo il ciclo di vita.
Perché la water footprint è importante per le imprese?
Permette di individuare rischi operativi e di fornitura, migliorare l’efficienza, orientare gli investimenti, rispondere alle richieste di reporting e prevenire interruzioni legate a scarsità, siccità o deterioramento della qualità dell’acqua.