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L’economia circolare nelle aziende è un modello che mira a ridurre l’estrazione di nuove risorse e la produzione di rifiuti mantenendo prodotti, componenti e materiali in uso al valore più elevato possibile. Non coincide con il semplice riciclo: interviene prima, sulla progettazione, sulla durata, sulla riparabilità e sul rapporto tra impresa e cliente.

Un’azienda non diventa circolare perché differenzia correttamente i rifiuti o utilizza una quota di materiale riciclato. Deve dimostrare che il proprio modello riduce il consumo complessivo di risorse senza spostare gli impatti su altre fasi del ciclo di vita.

Cosa significa economia circolare nelle aziende

Il modello economico lineare segue prevalentemente la sequenza estrazione, produzione, vendita, utilizzo e smaltimento. L’economia circolare aziendale prova invece a rallentare, restringere e chiudere i flussi di materiali.

Questi tre obiettivi indicano strategie differenti:

  • rallentare i flussi, facendo durare più a lungo prodotti e componenti;
  • restringere i flussi, impiegando meno energia e materiali per fornire la stessa funzione;
  • chiudere i flussi, recuperando materiali e reintroducendoli in nuovi cicli produttivi.

La circolarità deve preservare anche il valore. Riutilizzare un prodotto intero mantiene generalmente più valore rispetto alla sua trasformazione immediata in materia prima. Per questo prevenzione, manutenzione, riuso e riparazione vengono prima del riciclo.

Perché economia circolare e riciclo non sono sinonimi

Il riciclo interviene spesso quando il prodotto è già diventato un rifiuto. L’economia circolare nelle aziende cerca innanzitutto di evitare che ciò accada.

Un bene difficile da riparare e destinato a durare poco rimane strutturalmente lineare anche se una parte dei suoi materiali può essere riciclata. Inoltre, durante il riciclo possono verificarsi perdite di quantità, qualità ed energia.

La gerarchia delle strategie circolari comprende:

  1. evitare prodotti e materiali non necessari;
  2. ridurre il consumo di risorse;
  3. prolungare la vita utile;
  4. riutilizzare;
  5. riparare;
  6. ricondizionare o rigenerare;
  7. recuperare componenti;
  8. riciclare i materiali;
  9. recuperare energia quando non esistono opzioni migliori.

Più tardi si interviene nella gerarchia, maggiore è in genere il valore già perduto.

Ecodesign e circolarità dei prodotti

Le possibilità di riparazione o recupero vengono determinate in gran parte nella fase di progettazione. L’ecodesign considera durata, modularità, disponibilità dei ricambi, facilità di smontaggio, aggiornabilità, composizione dei materiali e assenza di sostanze che ostacolano il riciclo.

Un prodotto circolare dovrebbe essere:

  • durevole nell’uso previsto;
  • riparabile con strumenti e competenze accessibili;
  • smontabile senza distruggere i componenti;
  • aggiornabile quando l’obsolescenza è tecnologica;
  • realizzato con materiali identificabili;
  • accompagnato da informazioni per manutenzione e fine vita.

Il Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, entrato in vigore nel luglio 2024, costituisce uno degli elementi centrali della politica europea sulla circolarità. A questo si affiancano la direttiva sul diritto alla riparazione e le nuove regole sugli imballaggi.

Passaporto digitale di prodotto e qualità dei dati

Il Digital Product Passport è una carta d’identità digitale destinata a contenere informazioni su prodotti, componenti e materiali. Il suo obiettivo è rendere i dati più accessibili e standardizzati per imprese, clienti, riparatori, riciclatori e autorità.

Per le aziende, la sfida non consiste soltanto nel generare un QR code. Bisogna costruire un sistema capace di collegare:

  • composizione e provenienza dei materiali;
  • sostanze presenti;
  • istruzioni di manutenzione;
  • ricambi disponibili;
  • modalità di smontaggio;
  • contenuto riciclato;
  • destinazioni di recupero;
  • eventuali certificazioni e verifiche.

Un passaporto alimentato con dati incompleti o non interoperabili offre trasparenza apparente, ma poca utilità operativa.

Modelli di business circolari: quando vendere di più non è l’unica strada

Un modello di business circolare può generare ricavi attraverso servizi di manutenzione, noleggio, condivisione, ricondizionamento, ritiro dell’usato o vendita della funzione anziché del prodotto.

Tra le opzioni più comuni rientrano:

  • prodotto come servizio;
  • leasing e noleggio;
  • programmi di ritiro;
  • vendita di prodotti ricondizionati;
  • piattaforme di riuso;
  • manutenzione preventiva;
  • aggiornamento modulare;
  • rigenerazione industriale.

Questi modelli non sono automaticamente sostenibili. Il noleggio, per esempio, può aumentare trasporti, lavaggi e sostituzioni; il programma di ritiro può trasformarsi in un incentivo ad acquistare più frequentemente.

Per valutarli bisogna verificare se aumentano davvero il numero di utilizzi, prolungano la vita utile e riducono la domanda di prodotti nuovi.

Simbiosi industriale: quando lo scarto di un’azienda diventa una risorsa

La simbiosi industriale mette in relazione imprese diverse affinché materiali, energia, acqua o sottoprodotti di un processo possano essere utilizzati da un altro.

Il principio è promettente, ma richiede condizioni precise:

  • qualità costante del flusso;
  • quantità sufficienti;
  • compatibilità tecnica;
  • prossimità geografica;
  • continuità della fornitura;
  • conformità normativa;
  • convenienza economica rispetto alle alternative.

Bisogna inoltre evitare un paradosso: se un processo dipende economicamente dalla produzione continua di uno scarto, l’azienda potrebbe perdere l’incentivo a prevenirlo. La valorizzazione non deve sostituire la riduzione alla fonte.

Effetto rimbalzo: il limite nascosto della circolarità

Un prodotto più efficiente o meno costoso può essere utilizzato più spesso, annullando parte del beneficio ottenuto. È il cosiddetto effetto rimbalzo.

Lo stesso problema può verificarsi con il ricondizionato: se il mercato dell’usato si aggiunge integralmente a quello del nuovo, invece di sostituirne una parte, il consumo complessivo di materiali potrebbe non diminuire.

Per questo le imprese devono misurare risultati assoluti oltre agli indicatori di efficienza. Ridurre del 10% il materiale per unità non determina un miglioramento complessivo se le unità vendute aumentano del 30%.

Indicatori di economia circolare utili alle aziende

Gli indicatori di economia circolare devono coprire input, utilizzo e fine vita. Tra quelli più significativi figurano:

  • quantità totale di materia vergine utilizzata;
  • percentuale di materiale riciclato o rinnovabile sostenibile;
  • durata media effettiva dei prodotti;
  • tasso e tempo medio di riparazione;
  • disponibilità dei ricambi;
  • quota di prodotti riutilizzati o ricondizionati;
  • percentuale di componenti recuperati;
  • tasso di raccolta al termine dell’utilizzo;
  • resa effettiva del riciclo;
  • valore economico mantenuto nei cicli successivi.

Il tasso di riciclo dichiarato deve essere distinto dalla resa reale: non tutto ciò che viene raccolto diventa materiale utilizzabile in un nuovo prodotto.

È inoltre importante affiancare indicatori relativi a emissioni, acqua, energia e sostanze pericolose. Una strategia più circolare potrebbe non essere ambientalmente preferibile se richiede processi estremamente energivori o lunghi trasporti.

Come introdurre l’economia circolare in azienda

Un percorso concreto può partire da cinque domande:

  1. dove vengono utilizzate le maggiori quantità di materia vergine?
  2. in quale fase prodotti e materiali perdono valore?
  3. quali decisioni di progettazione impediscono riparazione o recupero?
  4. quale attore della filiera possiede i dati e le competenze necessarie?
  5. il nuovo modello riduce davvero consumi e impatti complessivi?

Successivamente l’impresa può individuare un prodotto pilota, ricostruirne i flussi, definire una baseline e sperimentare una soluzione misurabile. Solo dopo la verifica dei risultati è opportuno estenderla ad altre linee.

La circolarità credibile non si misura dal numero di progetti raccontati, ma dalla riduzione della dipendenza da risorse vergini e dalla quantità di valore mantenuta nel sistema.

FAQ sull’economia circolare nelle aziende

Qual è la differenza tra economia circolare e riciclo?

Il riciclo recupera materiali da prodotti arrivati alla fine della loro vita. L’economia circolare cerca prima di ridurre l’uso di risorse e prolungare la vita di prodotti e componenti.

Quali aziende possono applicare l’economia circolare?

Tutte possono intervenire almeno su acquisti, progettazione, manutenzione, imballaggi o gestione dei materiali. Le strategie specifiche dipendono dal settore e dal modello operativo.

Un materiale riciclato è sempre più sostenibile?

Non necessariamente. Devono essere valutati qualità, origine, processi di recupero, energia utilizzata, trasporti e possibilità di riciclarlo nuovamente.

Come si misura la circolarità aziendale?

Attraverso indicatori relativi a materia vergine, durata, riparazioni, riuso, ricondizionamento, raccolta, resa del riciclo e valore mantenuto nei cicli successivi.

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