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La tracciabilità di filiera è la capacità di un’azienda di documentare, con dati verificabili, l’origine delle materie prime, le condizioni di produzione dei fornitori e gli impatti ambientali e sociali generati lungo l’intera catena del valore. Non è più solo una buona pratica: dal 2026 diverse normative europee rendono la tracciabilità di filiera un requisito che condiziona direttamente la conformità legale e l’accesso ad alcune filiere.
Perché la tracciabilità di filiera è diventata un tema centrale
Fino a pochi anni fa la rendicontazione di sostenibilità riguardava soprattutto le attività dirette dell’azienda. Il quadro normativo europeo ha spostato l’attenzione verso la catena del valore nel suo complesso, sia a monte (fornitori e materie prime) sia a valle (distribuzione, uso, fine vita del prodotto). Tre normative, in particolare, spingono in questa direzione:
- la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRDCSRD - Corporate Sustainability Reporting Directive La CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una direttiva dell'Unione Europea che obbliga le aziende di grandi dimensioni a divulgare informazioni dettagliate sul loro impatto sociale e ambientale, promuovendo la trasparenza e la sostenibilità aziendale. Approfondisci), che impone alle imprese di grandi dimensioni di rendicontare gli impatti, i rischi e le opportunità legati alla filiera secondo gli standard europei ESRS, applicando il principio della doppia materialità;
- la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che obbliga le grandi imprese a identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente lungo la catena di fornitura, non solo nelle proprie attività dirette;
- il Regolamento europeo contro la deforestazioneDeforestazione La deforestazione è il processo di rimozione o distruzione di foreste o aree boschive su larga scala, generalmente per far posto ad attività umane come l'agricoltura, l'allevamento, l'estrazione mineraria o lo sviluppo urbano. Questo fenomeno ha profonde implicazioni ambientali,... Approfondisci (EUDR), che vieta l’immissione sul mercato UE di prodotti come cacao, caffè, soia, olio di palma, bovini e gomma naturale senza una dichiarazione di due diligence che ne garantisca la geolocalizzazione e la tracciabilità dei terreni di origine.
Il pacchetto legislativo Omnibus I, entrato in vigore il 18 marzo 2026, ha ridotto il perimetro di applicazione di CSRD e CSDDD: gli obblighi di due diligence riguardano ora le grandi imprese europee con oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato, e le imprese extra-UE con ricavi superiori a 1,5 miliardi generati in Europa. È stata inoltre introdotta la figura dell'”impresa protetta”: le aziende sotto i 1.000 dipendenti che si trovano nella catena di fornitura di un’impresa obbligata hanno ora il diritto legale di rifiutare richieste informative sproporzionate.
Cosa significa in pratica la tracciabilità di filiera
Tracciare una filiera significa collegare ogni fase del processo produttivo a dati verificabili e riconducibili a una fonte: da dove arriva la materia prima, chi l’ha lavorata, con quali processi, con quali impatti su emissioni, risorse idriche, condizioni di lavoro. In assenza di questi dati, un’azienda non è in grado di dimostrare né la conformità normativa né la fondatezza di eventuali claim di sostenibilità comunicati all’esterno: tracciabilità e comunicazione ambientale credibile sono, in questo senso, due facce dello stesso problema.
Le aziende soggette a CSRD devono inoltre gestire un vincolo nuovo introdotto dall’Omnibus I: un tetto alle informazioni che possono richiedere ai fornitori di dimensioni minori, allineato allo standard volontario VSME (Voluntary Standard for non-listed SMEs) elaborato da EFRAG. Le richieste di dati che superano questo standard possono essere legittimamente rifiutate dalle PMI fornitrici.
Il ruolo del Digital Product Passport
Un elemento che renderà la tracciabilità più operativa è il Digital Product Passport, previsto dal regolamento Ecodesign for Sustainable Products (ESPR). Si tratta di un passaporto digitale collegato al prodotto fisico tramite QR code, NFC o RFID, che raccoglie in un unico sistema le informazioni su composizione, origine dei materiali, processi produttivi e indicazioni per riparazione e riciclo. I requisiti entreranno in vigore in modo progressivo a partire dal 2027, con il tessile e la moda tra i primi settori coinvolti.
Quali aziende sono coinvolte, oggi e nei prossimi anni
Le soglie dimensionali rendono gli obblighi diretti una questione che riguarda, per ora, soprattutto i grandi gruppi. Ma l’effetto si propaga lungo tutta la filiera: un fornitore di piccole dimensioni che lavora con un’impresa soggetta a CSRD o CSDDD si troverà comunque a dover fornire dati tracciabili, anche se in forma proporzionata secondo lo standard VSME. Costruire oggi sistemi di raccolta dati strutturati, anche in assenza di un obbligo diretto, è quindi una scelta che riduce i costi di adeguamento futuri e mantiene l’accesso alle filiere dei grandi committenti.
Domande frequenti
Cosa si intende esattamente per tracciabilità di filiera? È la capacità di documentare con dati verificabili l’origine delle materie prime e gli impatti ambientali e sociali di ogni fase della catena di fornitura, dai fornitori diretti fino, quando richiesto, ai livelli più a monte.
Quali aziende sono obbligate oggi alla due diligence di filiera? Dopo l’Omnibus I, gli obblighi CSDDD riguardano le grandi imprese europee con oltre 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato, e le imprese extra-UE con ricavi superiori a 1,5 miliardi generati nel mercato europeo.
Le PMI fornitrici devono rispettare gli stessi obblighi delle grandi aziende? No. Le PMI possono rispondere alle richieste di dati dei grandi committenti facendo riferimento allo standard semplificato VSME, e hanno il diritto di rifiutare richieste informative che vadano oltre questo standard.