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L’indagine di BDO su 251 professionisti in 41 paesi rivela che la vera sfida non è definire le priorità, ma misurarne l’impatto: il 43% delle imprese fatica a raccogliere dati affidabili
Non sono le emissioni di CO2 la prima preoccupazione delle aziende sul fronte sostenibilità, ma chi decide e come lo decide. È quanto emerge dalla Global Sustainability Survey di BDO, condotta su 251 professionisti in ambito sostenibilità e C-suite executive operanti in 41 paesi. Il 55% degli intervistati indica la governance – leadership consapevole, processi decisionali chiari, sistemi di controllo adeguati – come la priorità più significativa in materia di sostenibilità, davanti a qualsiasi altro tema ambientale o sociale.
Una gerarchia che ribalta l’ordine intuitivo
Al secondo posto si collocano i temi sociali, indicati dal 47% dei rispondenti. Le organizzazioni riconoscono sempre più che questi aspetti hanno implicazioni dirette sul business: attrazione e fidelizzazione dei talenti, coinvolgimento dei dipendenti, produttività, innovazione, reputazione e valore del marchio. Solo al terzo posto compare la riduzione delle emissioni di CO2, prioritaria per il 39% del campione, seguita dall’uso responsabile delle risorse, indicato dal 38%, a riflettere una sensibilità crescente sulla disponibilità limitata di beni essenziali come acqua dolce, suolo fertile, minerali e combustibili fossili.
La sequenza dice qualcosa di significativo sullo stato dell’arte del settore. Prima di poter agire efficacemente sul clima o sulle risorse, le aziende sembrano aver capito che serve un’infrastruttura decisionale solida a monte, altrimenti gli obiettivi ambientali restano dichiarazioni prive di meccanismi che le rendano operative.
Misurazione, il vero collo di bottiglia
L’indagine individua nella capacità di raccogliere dati significativi e di monitorare l’impatto delle proprie azioni la sfida più rilevante, segnalata dal 43% del campione, più delle risorse finanziarie limitate (37%) e delle carenze di personale dedicato (34%). È un dato che si lega direttamente alla priorità assegnata alla governance: senza sistemi di misurazione affidabili, qualunque priorità dichiarata – clima, risorse, inclusione – resta impossibile da verificare e da rendicontare con credibilità.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Il report esamina anche il contributo potenziale dell’AI nella gestione della sostenibilità. Pur riconoscendone il potenziale nel migliorare raccolta, analisi e rendicontazione dei dati, lo studio sottolinea che le organizzazioni continuano a necessitare di una governance solida, informazioni di alta qualità e supervisione umana per garantire risultati credibili. L’AI, in altre parole, resta uno strumento che amplifica la qualità dei processi esistenti, non un sostituto della loro assenza.
L’Europa, un caso a parte
Il focus europeo dell’indagine mostra una maturità nettamente superiore alla media globale. La strutturazione della governance e di pratiche commerciali etiche è considerata prioritaria dal 98% delle organizzazioni del Vecchio Continente, un dato che BDO collega al contesto normativo. Le direttive europee su rendicontazione e due diligence hanno probabilmente reso la governance un requisito difficilmente eludibile. Le imprese europee, inoltre, si confrontano con aspettative particolarmente elevate da parte degli stakeholder su condizioni di lavoro, trasparenza e risvolti etici, aspettative che a loro volta si riflettono sulle priorità dichiarate.
Il quadro che emerge suggerisce una fase di transizione nel modo in cui le aziende intendono la sostenibilità: un problema di architettura decisionale la cui risoluzione condiziona la capacità stessa di misurare, e quindi dimostrare, ogni altro progresso ambientale o sociale dichiarato.