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La Commissione europea approva il regime di aiuti di Stato italiano per sostenere eolico, solare e idroelettrico fino al 2030. Ma i dati di Legambiente fotografano un Paese fermo al 33,2% dell’obiettivo: ecco come funziona la misura e cosa serve davvero per accelerare
Ventitré miliardi di euro per inseguire un obiettivo che, ad oggi, l’Italia ha raggiunto solo per un terzo. È il paradosso che racconta lo stato della transizione energetica del Paese. Mentre Bruxelles apre i rubinetti degli aiuti di Stato alle rinnovabili, il report Italia Rinnovabile di Legambiente certifica che a marzo 2026 il Paese è fermo al 33,2% del target 2030.
Rinnovabili, il via libera di Bruxelles: come funziona il nuovo regime
L’8 giugno 2026 la Commissione europea ha approvato un regime di aiuti di Stato da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di elettricità da fonti rinnovabili in Italia, inquadrato nella disciplina CISAF (Clean Industrial State Aid Framework) adottata il 25 giugno 2025 e collegata al Patto per l’industria pulita dell’UE.
Lo strumento è il contratto bidirezionale per differenza (CfD): per ogni kWh immesso in rete, lo Stato garantisce un prezzo di esercizio. Se il mercato paga meno, interviene lo Stato; se paga di più, l’extra-profitto torna alle casse pubbliche. Durata del contratto: 20 anni, una garanzia di lungo periodo pensata per sbloccare investimenti su eolico onshore, solare e idroelettrico. Secondo la vicepresidente esecutiva UE per la Transizione pulita Teresa Ribera il regime aiuterà l’Italia a ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, oltre ad aumentare la quota di energia pulita nel mix nazionale.
Il contesto italiano: una corsa ancora lenta
I numeri diffusi da Legambiente nello studio Italia Rinnovabile (con dati Terna) restituiscono la misura del ritardo che questi fondi dovranno colmare. Negli ultimi dieci anni la copertura dei consumi elettrici da fonti pulite è salita dal 33,9% al 41,1%, trainata soprattutto dal fotovoltaico, che a marzo 2026 supera per la prima volta il contributo dell’idroelettrico. Ma rispetto all’obiettivo 2030 di 80.001 MW, l’Italia ha raggiunto solo il 33,2%: mancano ancora più di 53mila megawatt e, ai ritmi attuali, il traguardo rischia di slittare di quasi sei anni.
Perché conta ora: il nodo bollette
Il prezzo non è un dettaglio. La bolletta elettrica italiana viaggia a 130,5 €/MWh, contro i 42,5 €/MWh della Spagna, dove il gas incide sul prezzo finale solo per il 15% (in Italia per l’89%). In Portogallo oltre l’80% dell’elettricità arriva da fonti pulite. È proprio questo divario a rendere strategico l’arrivo dei CfD: stabilizzando i ricavi dei produttori, la misura punta a sganciare gradualmente il prezzo dell’energia dalla volatilità del gas, lo stesso obiettivo dietro le richieste di Legambiente sul prezzo zonale.
Rinnovabili, cosa serve ancora
I 23 miliardi sono una leva finanziaria significativa, ma da soli non bastano. Senza uno snellimento degli iter autorizzativi, investimenti su reti e accumuli e un’applicazione piena delle aree idonee, anche i capitali più generosi rischiano di restare bloccati nei cassetti burocratici. La partita delle rinnovabili italiane si gioca ora sulla velocità di esecuzione, non più sulla disponibilità di fondi.